Sollecito: “Volevano che incolpassi Amanda, i poliziotti le urlavano addosso”

Pubblicato il 19 settembre 2012 8:44 | Ultimo aggiornamento: 19 settembre 2012 9:17
Raffaele Sollecito

Raffaele Sollecito (Foto Lapresse)

PERUGIA – “Volevano che mentissi per incastrare Amanda”: lo scrive Raffaele Sollecito nel suo libro sulla notte in cui venne uccisa Meredith Kercher. “Mi chiesero di mentire, mi martellavano sulle palle”, scrive l’ingegnere pugliese in “Honor Bound” (“Legato all’onore”), il suo libro che sta per uscire negli Stati Uniti.

Le anticipazioni sono fatte dal settimanale Oggi. Sollecito e Amanda Knox, americana, erano stati condannati in primo grado per l’omicidio della studentessa inglese a Perugia il 1° novembre del 2007. In appello, però, sia Raffaele sia Amanda erano stati assolti. Il 25 marzo del 2013 si terrà il processo in Corte di Cassazione.

Nelle anticipazioni di Oggi Sollecito parla di una trattativa voluta da un avvocato vicino alla pubblica accusa per convincerlo a dire di non sapere che cosa aveva fatto Amanda quella sera. Secondo l’avvocato (riporta Oggi), se Raffaele avesse ammesso una sua copertura avrebbe potuto uscire prima dal carcere.

Scrive Oggi che il giorno della scoperta del cadavere “mentre eravamo fuori dalla villetta improvvisamente mi accorgo che la poliziotta della squadra omicidi Monica Napoleoni ci stava fissando con gli occhi da fuori”.

Sollecito avrebbe anche parlato del continuo “martellamento sulle palle” da parte della famiglia, specialmente da parte della sorella Vanessa. “Mi accusavano di aver perso la testa per Amanda, e le danze continuavano, fin quando non eravamo tutti furiosi e sfiniti”.

Un giorno Raffaele avrebbe scritto alla zia Magda una lettera da inoltrare al resto della famiglia: “Non ho più la forza di sopportare il vostro desiderio di incolpare Amanda di cose di cui non è responsabile e che non merita”.

Nel libro Sollecito rivela che la prima sera in cui invitò Amanda a casa a vedere un film: “Non erano ancora finiti i titoli di apertura che già ci eravamo levati i vestiti l’uno dell’altra. La mattina dopo mi svegliai con Amanda ancora abbracciata a me”.

Sollecito racconta la drammatica notte degli interrogatori: “Dopo quattro anni magari non ricordo perfettamente l’ordine delle domande e delle risposte, e la Polizia, che registrava assolutamente tutto quello riguardava me e Amanda, sostiene di non aver registrato proprio gli interrogatori di quella notte. Quello che ricordo bene è il modo, il tono, di quell’interrogatorio, perché mi spaventò a morte, ed ebbe un impatto catastrofico”.

Sollecito accusa di aver sentito “i poliziotti urlare addosso ad Amanda”, i “pianti e i singhiozzi” della ragazza. “Pensavo che la Polizia fosse fatta di onesti difensori della pubblica sicurezza, ma questi mi sembrava che si comportassero più come dei banditi”.

Raffaele racconta che a lui, nella stanza vicina, un poliziotto gli avrebbe detto: “Se provi ad alzarti e andartene, ti pesto a sangue e ti ammazzo. Ti lascio in una pozza di sangue. Poi mi si gelarono le ossa uando sentii i lamenti di Amanda dall’altra stanza. Urlava in italiano, ‘Aiuto, aiuto!'”.

 

 

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