Messina/ Traffico di droga e armi. Due secoli di carcere per gli affiliati ai clan mafiosi Ferrante ed Arena-Coniglio

Pubblicato il 29 Luglio 2009 17:35 | Ultimo aggiornamento: 29 Luglio 2009 18:21

Quindici condanne, 10 assoluzioni e atti restituiti al Pm per un imputato. Questa la sentenza decisa dalla seconda sezione del Tribunale di Messina presieduta da Salvatore Masdroeni dopo circa 24 ore di camera di consiglio nei confronti degli imputati dell’operazione antimafia “Imbuto”. Poco più di 180 gli anni di reclusione comminati contro i circa 375 chiesti, lo scorso 8 aprile, dal pm Giuseppe Verzera che aveva chiesto però condanne per tutti i 26 capi ed affiliati ai clan Ferrante ed Arena-Coniglio che, tra il 2003 ed il 2004, avrebbero gestito il traffico di droga e armi in città, ma anche estorsioni, rapine e furti.

La pena più alta pari a 30 anni è stata inflitta a Santi Ferrante, 24 anni a Francesco Misiti, 22 a Michele Coniglio, 20 anni (escludendo l’aggravante di essere tra i promotori del clan) a Luigi Orlando, 19 a Piero Pulio, 18 a Giovanni Arena, 15 a Giuseppe Manzo, 14 anni e mezzo (escludendo anche lui tra i promotori) a Salvatore Alibrandi. A 6 anni e mezzo condannato Giuseppe Billè, a 4 anni Mario Carcame, a 3 anni ed otto mesi Antonio Coniglio, a 2 anni e mezzo Antonio Martines, a 2 anni Nicola Mondello, ad 1 anno e mezzo Claudio Lanza, ed a sei mesi Giuseppe Saccà. I giudici hanno assolto invece Massimo Adragna,Benedetto Bonaffini, Andrea Bucca, Caterina Doddis, Antonia Donesi, Angelo Genovese, Roberto Guardione, Giuseppe Minardi, Cosimo Pace e Marco Polentarutti.

Atti restituiti al Pm, infine, per Antonio Jaci. L’operazione “Imbuto” del Reparto operativo dei carabinieri era partita il 3 dicembre 2005, ed  aveva portato all’arresto di 37 persone mentre altri 39 erano indagati, 4 dei quali impiegati comunali, che con la complicità di colleghi abbandonavano il posto di lavoro per andare a spacciare. La droga – i carabinieri ne sequestrarono 15 chili a Giovanni Arena il 14 marzo 2003 – arrivava da Termini Imerese, in provincia di Palermo, dove risiedeva Antonino Coniglio, fratello del boss Michele, il quale si riforniva da Giuseppe Manzo e dalla moglie Antonia Donesi. L’anello di congiunzione con il clan Ferrante era un impiegato dell’Ufficio urbanistica del Comune di Messina, Giuseppe Romeo, già condannato in appello insieme ad altri sei imputati (avevano scelto il rito abbreviato) a 9 anni di reclusione. La droga veniva spacciata a Messina a professionisti e collaboratori di studi legali e spesso il «luogo più sicuro di smercio» – rivelerano le intercettazioni telefoniche ed ambientali – era proprio davanti al Palazzo di giustizia. Secondo i militari i due clan fatturavano in media 25 mila euro al mese.