Michele Placido: “Quei braccianti di Foggia sono martiri del nostro paese”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 agosto 2018 16:44 | Ultimo aggiornamento: 7 agosto 2018 16:44
Michele Placido: "Quei braccianti di Foggia sono martiri del nostro paese" (foto Ansa)

Michele Placido: “Quei braccianti di Foggia sono martiri del nostro paese” (foto Ansa)

FOGGIA – Michele Placido, il regista pugliese che denunciò il racket del caporalato nel film “Pummarò”, andrà [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,- Ladyblitz clicca qui –Cronaca Oggi, App on Google Play] ai funerali dei braccianti morti a Foggia.

“Sono 16 martiri del nostro Paese. Quelli di ieri, a Lesina, e quelli del 4 agosto tra Ascoli Satriano e Castelluccio dei Sauri”. Michele Placido li chiama così i braccianti agricoli morti nei due incidenti, ravvicinati nel tempo, avvenuti nel Foggiano. Lui che, nel 1990, esordì alla regia proprio con Pummarò, film sui raccoglitori di pomodori attivi nel Beneventano.

L’intervista al Corriere della Sera.

Un’altra epoca, ma a quanto pare le ferite oggi sono le stesse.

«Pensi che quando uscì Pummarò si cominciava a parlare appena di questi lavoratori e sempre con un certo scetticismo. Ricordo bene la reazione di alcuni critici italiani quando portammo il film al 43º Festival di Cannes: parlarono di scarsa verosimiglianza. Ironico, no?»

Forse perché sembravano casi isolati, destinati a essere dimenticati?

«La sensazione era quella, ma si capiva che il lavoro stava cambiando».

Ascoli Satriano, la città dove è avvenuto l’incidente di sabato, è anche la sua città di origine.

«Sì ed è anche per questo che la cosa mi ha colpito. Ovviamente andrò al funerale, ma vorrei lanciare un appello al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, foggiano pure lui: presidente, venga a vedere bene che cosa succede».

Ha detto che verrà.

«Benissimo, io sono anni che denuncio le condizioni di queste persone, ma attenzione: non facciamone una questione razziale. È una questione sociale, sindacale. Di lavoro, insomma. Certo, noi artisti non possiamo e non dobbiamo sostituirci alla politica o alla magistratura. Però mi dà fastidio che si dica che gli intellettuali tacciono su questi e su altri argomenti importanti della nostra attualità».

Eppure negli anni il cinema e la letteratura hanno spesso indicato le insidie nascoste del caporalato.

«Che però sono difficili da capire e da spiegare. Ricordo che quando girammo Pummarò, cioè la storia di un ragazzo ghanese che arriva qui cercando il fratello bracciante, Giobbe, uno braccato dalla polizia e dalla camorra per essersi ribellato, facemmo diverse riprese di nascosto per documentare la pratica del caporalato. Che cambia pelle a seconda degli anni. Purtroppo ridare dignità al lavoro della terra non è facile».

Da dove ricominciare?

«Per esempio non facendo spegnere subito i riflettori su questi incidenti e su altri problemi di queste persone. Ricordandoli anche nel lavoro che hanno fatto: grazie a loro mangeremo scatole intere di pomodori».