Migranti gay, Cassazione: vanno accolti anche solo se rischiano “persecuzioni familiari”

di redazione Blitz
Pubblicato il 23 aprile 2019 19:24 | Ultimo aggiornamento: 23 aprile 2019 19:24
Migranti gay, Cassazione: vanno accolti anche solo se rischiano "persecuzioni familiari"

Migranti gay, Cassazione: vanno accolti anche solo se rischiano “persecuzioni familiari”

ROMA  –  I migranti gay devono poter ottenere lo status di rifugiati in Italia non solo se rischiano la vita nel Paese d’origine o se sono vittime di leggi discriminatorie e omofobe, ma anche se rischiano “persecuzioni” di tipo familiare. A chiarirlo è la Corte di Cassazione, che ha accolto il ricorso di un cittadino gay della Costa d’Avorio, minacciato dai parenti.

Al protagonista di questa vicenda giudiziaria la Commissione territoriale di Crotone non aveva concesso il diritto di rimanere in Italia sottolineando che “in Costa d’Avorio al contrario di altri Stati africani, l’omosessualità non è considerata un reato, né lo Stato presenta una condizione di conflitto armato o violenza diffusa”. Ma per i giudici della Suprema Corte questo non basta: serve accertare l’adeguata protezione statale per minacce provenienti da soggetti privati.

Bakayoko Aboubakar S. aveva raccontato che era di religione musulmana, coniugato con due figli, e diventato oggetto “di disprezzo e accuse da parte di sua moglie e di suo padre” che era imam del villaggio, “dopo aver intrattenuto una relazione omosessuale”. Aveva deciso di fuggire quando il suo partner era stato “ucciso in circostanze non note, a suo dire ad opera di suo padre”, l’imam.

Secondo la Cassazione “non è conforme a diritto” quanto deciso oltre che dalla Commissione prefettizia anche dal Tribunale di Catanzaro nel 2014 e dalla Corte di Appello di Catanzaro nel 2016, ovvero aver negato la protezione a Bakayoko senza accertare se nel suo Paese sarebbe difeso dalle minacce dei parenti.

Il caso adesso si riapre e sarà riesaminato da altri giudici nell’appello bis ordinato dagli ‘ermellini’. Nel verdetto, i supremi giudici scrivono che pur in mancanza di “riserve sulla credibilità” del profugo ivoriano (non messa in discussione nelle fasi di merito) “non risulta che sia stata considerata la sua specifica situazione” e siano stati “adeguatamente valutati” i rischi “effettivi” per la sua incolumità “in caso di rientro nel paese di origine, a causa dell’atteggiamento persecutorio nei suoi confronti, senza la presenza di una adeguata tutela da parte dell’autorità statale”.

“A tal uopo – prosegue la Cassazione – non appare sufficiente l’accertamento che nello stato di provenienza, la Costa d’Avorio, l’omosessualità non è considerata alla stregua di reato, dovendosi accertare in tale paese la sussistenza di adeguata protezione da parte dello Stato, a fronte delle gravissime minacce provenienti da soggetti privati”. (Fonte: Ansa)