Milano, “polizia mi ha manganellato e causato un aborto”. Ora è indagata per calunnia

di Redazione Blitz
Pubblicato il 7 Marzo 2015 10:36 | Ultimo aggiornamento: 7 Marzo 2015 10:36
Milano, "polizia mi ha manganellato e causato un aborto". Ora è indagata per calunnia

Foto dal video

MILANO – Durante gli sgomberi di due centri anarchici a Milano tre mesi fa disse di essere stata manganellata dalla polizia fino a procurarle un aborto spontaneo due giorni dopo. Ora la donna è indagata per calunnia: è infatti questa l’ipotesi di reato, contenuta in tre decreti di perquisizione, per la quale la Procura di Milano ha indagato sia la 37enne la cui denuncia era stata amplificata da molte telecamere e siti web, sia sua sorella e una loro amica.

Il 18 novembre 2014 poliziotti, carabinieri e finanzieri avevano sgomberato i circoli anarchici Corvaccio e Rosanera al quartiere Corvetto. L’occupante abusiva di una casa, 37 anni, di origini romene, in condizioni di disagio sociale ed economico, era davvero incinta di 6 mesi, e davvero aveva perso il bambino 48 ore dopo lo sgombero nel quale a suo dire era stata vittima di tre colpi di manganello (uno alla pancia) assestatile da un poliziotto mentre cercava di prendere in braccio una bambina per metterla in salvo dal caos e dai lacrimogeni.

Ma Luigi Ferrarella e Gianni Santucci per il Corriere della Sera spiegano:

Il primo elemento è però che l’autopsia sul feto ha attestato che l’aborto spontaneo ha con certezza avuto cause interne, non estranee ai problemi che già in passato avevano interrotto precedenti gravidanze. Ma la manganellata magari come concausa? No, due consulenze di un anatomopatologo e di un ginecologo hanno escluso che il corpo della donna recasse segni di un’aggressione del tipo da lei descritto. Sul posto si era subito recato il pm Gianluca Prisco, che aveva ascoltato la donna cogliendone alcune incongruenze: diventate più solide quando è stata interrogata altre due volte cambiando parecchi punti, quando della fantomatica bimba presa in braccio non è stata trovata traccia, e soprattutto quando l’esame di tutti i filmati (circa 40 ore di immagini) ha rilevato che, se la donna era davvero sul posto alle 9 di mattina, non compariva più in alcun punto degli scontri quand’essi si verificarono in strada davanti a molte persone. E nessuno, neppure tra i ranghi di «antagonisti» certo poco propensi a fare sconti alla polizia, ha dichiarato di aver visto una scena che avrebbe comprensibilmente prodotto proteste contro gli agenti.

Ma c’è di più: sempre dalle fonti di prova indicate nel decreto di perquisizione delle donne difese dagli avvocati Danilo Lamonica e Paola Bartucci, si comprende che le indagini svolte dalla polizia locale con il pm Prisco e il procuratore aggiunto Romanelli si sono avvalse anche di intercettazioni telefoniche, le quali hanno captato la richiesta della donna a più persone di trasformarsi in testi che deponessero il falso davanti ai magistrati. Una cittadina romena, destinataria di questo pressante invito, vi si sottrae al momento di rendere dichiarazioni adesive alla falsa dinamica accreditata dalla giovane. E si salva così ora dall’accusa di calunnia ai danni della polizia, che invece raggiunge altre due donne – la sorella della giovane incinta e una amica – prestatesi a testimoniare una scena che gli elementi sinora raccolti parrebbero concludere non sia mai avvenuta.