Un anno per una Moc, 10 mesi per una Tac… Asl, liste d’attesa chilometriche

Pubblicato il 30 luglio 2012 12:53 | Ultimo aggiornamento: 30 luglio 2012 12:53

ospedaleROMA – Per una ecografia all’addome in una Asl italiana si aspettano anche sette mesi, per una Moc o una mammografia in media 12 mesi, 10 mesi per una risonanza o per una tac; per una gastroscopia si può aspettare anche 300 giorni a Bari, 323 giorni al Niguarda di Milano per lo stesso accertamento, 243 gironi per una Tac alla Asl D di Roma: alcuni numeri per un fenomeno italiano, quello delle liste di attesa infinite della sanità pubblica. Un problema che non è ancora risolto, nonostante il Piano nazionale sulle liste d’attesa di Ferruccio Fazio abbia già due anni. Nonostante gli sforzi ancora oggi chi deve fare un’analisi e si affida al pubblico spesso tristemente deve aspettare dei tempi biblici. Tanto che spesso rinuncia e si affida al privato, anche perché ormai, complici i super ticket, i prezzi tra le due prestazioni non sono nemmeno così dissimili:  per una ecografia nel pubblico si va da un costo pari a 46 euro di Lazio e Campania ai 52,80 della Lombardia, mentre nel privatosi può spendere anche 60-65 euro… senza però dover aspettare mesi per una visita.

Il piano di Fazio imponeva già due anni fa che le visite dovessero essere effettuate entro trenta giorni e gli accertamenti diagnostici non oltre i sessanta. Eppure così non è, ancora nel 2012. Il rapporto “Pit salute” del 2011 dava tempi di attesa medi di 12 mesi per una Moc, di un anno per una mammografia, 10 mesi per risonanze e tac, 6 mesi e mezzo per una colonscopia. La situazione peggiora nelle regioni con un buco nella Sanità e gravate da un piano di rientro, ovvero Piemonte, Lazio, Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria e Sicilia.

Una spiegazione ulteriore delle chilometriche liste d’attesa è anche il taglio ai piccoli ospedali, come sottolinea il Coordinatore nazionale del Tribunale dei diritti del malato (Tdm), Giuseppe Scaramuzza: “L’allungamento delle liste d’attesa – spiega – è dovuta anche al fatto che si stanno chiudendo piccoli ospedali che comunque garantivano prestazioni diagnostiche e specialistiche senza però aprire strutture alternative nel territorio”.

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