Moira Perruso e la madre morta per il Covid: “Un sacchetto di vestiti è quel che resta di mia mamma. Per chi nega…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 Novembre 2020 11:58 | Ultimo aggiornamento: 16 Novembre 2020 11:58
Moira Perruso e la madre morta per il Covid: “Un sacchetto di vestiti è quel che resta di mia mamma. Per chi nega...”

Moira Perruso e la madre morta per il Covid: “Un sacchetto di vestiti è quel che resta di mia mamma. Per chi nega…”

La giornalista Moira Perruso e la madre morta per il Covid: “Un sacchetto di vestiti è quel che resta di mia mamma”.

“Ai miei piedi ciò che mi restituiscono di mia madre…”. Con queste poche parole la giornalista Moira Perruso su Facebook ha mostrato un piccolo sacchetto di plastica di color rosso con dentro gli effetti personali della mamma, morta di coronavirus al Policlinico di San Donato Milanese.

“Non posso nemmeno buttarmi a capofitto su quegli abiti per sentire ancora una volta il suo odore, sono infetti – scrive -.

Per chi nega, per chi specula, per chi non ha protetto: che possiate sentire anche voi il rumore del cuore in frantumi”.

L’intervista a Repubblica

Intervistata da Repubblica, Perruso ha raccontato il suo dramma familiare in questa seconda ondata: pochi giorni prima di sua madre, ha perso sua zia. Mentre il padre è ricoverato in ospedale e la sorella positiva, confinata in casa da 25 giorni.

“Avevo una famiglia bellissima – racconta – che ora di fatto non esiste più, perché anche chi di noi ne uscirà non sarà la stessa persona di prima.

La nostra sofferenza secondo i negazionisti sarebbe inventata? Come possono negare che le vite di tutti noi siano cambiate per sempre?

Prima che il Covid sconvolgesse il loro mondo lei e mio padre, entrambi 83enni, abitavano a Buccinasco, al quarto piano di un palazzo senza ascensore e non avevano mai avuto problemi a fare le scale tutti i giorni senza alcun aiuto

Non sappiamo come il virus sia entrato in casa. Mamma ha iniziato ad avere dei dolori allo stomaco, tant’è vero che pensavamo si trattasse di un problema intestinale” .

Poi sono arrivate le difficoltà respiratorie e il ricovero in ospedale, dov’è rimasta per 15 giorni prima di arrendersi al coronavirus:

“Le avevano messo il casco Cpap, ma lo scorso sabato ci avevano chiamato per comunicarci che l’avrebbero dimessa presto perché la saturazione era buona. Poi la situazione è precipitata all’improvviso, in pochi giorni, e mamma se n’è andata”.

La salma di Mafalda, spiega, verrà cremata a Bergamo, perché “a Milano c’erano già 300 bare in attesa“.

Il funerale, invece, si terrà fra una decina di giorni.

“In questo momento mi sento smarrita, ma ho ben chiara una cosa: la verità va affrontata e vissuta, non ha senso negarla o cercare di allontanarla attribuendone la responsabilità a qualcun altro.

I negazionisti seminano morte e dolore, spaccando la società, ma sbaglia anche chi dà tutte le colpe ai politici. La responsabilità è individuale, ciascuno di noi deve fare la propria parte per arginare la diffusione del virus”.

Invece di negare, bisognerebbe “denunciare ciò che non funziona“.

“Penso per esempio ai tamponi: tutti noi, contatti diretti di una persona ammalata di Covid, li abbiamo dovuti fare privatamente, pagando un capitale.

È una sconfitta per la sanità pubblica. Bisogna risolvere questi problemi, non urlare che il coronavirus è un’invenzione. Esiste, purtroppo, e spero che per capirlo non serva a ciascuno vedere un sacco con i vestiti di una persona che ama”. (Fonti: Facebook, La Repubblica)