Cronaca Italia

Mps, 47 mln in paradisi fiscali a Vanuatu e Anguilla. Ma gip nega domiciliari

Mps, 47 mln in paradisi fiscali a Vanuatu e Anguilla. Ma gip nega domiciliari

La sede di Mps a Rocca Salimbeni (Foto Lapresse)

SIENA – Mps, l’ex capo dell’Area Finanza Gianluca Baldassarri e gli altri funzionari della banca senese Alessandro Toccafondi, Pompeo Pontone, Antonio Pantalena, Italia Sinopoli e Giorgio Filippetto, insieme ai broker della società Enigma Maurizio Fabris, Fabrizio Cerasani, David Ionni e Agnese Marchesini sono indagati con l’accusa di aver trasferito all’estero oltre 90 milioni di euro sottratti alle casse del Monte dei Paschi e depositati su conti a Vanuatu (nell’Oceano Pacifico), a Singapore, ad Anguilla (ai Caraibi), a Lugano (Svizzera) e a San Marino per ottenere dei profitti illeciti, passando per la filiale londinese della banca.

Sono tutti accusati, riferisce Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera, di aver messo in piedi

“un’associazione a delinquere che impiegava il patrimonio di Mps nelle operazioni di investimento finanziario eseguite attraverso “Enigma” artatamente realizzate onde far conseguire una sicura marginalità per il broker nelle transazioni e consentendo agli operatori coinvolti di conseguire illecite somme di denaro extraprofitto che venivano retrocesse attraverso società estere”.

A far scattare le verifiche è stata la scoperta dello “scudo fiscale” usato da alcuni manager per far rientrare una parte delle somme in Italia. Gli inquirenti hanno appurato che

“gli illeciti guadagni venivano ripartiti tra i membri del sodalizio per effetto di movimenti finanziari verso l’estero attraverso la società “Rockport Financial Inc” con sede ad Anguilla che inviava il denaro alla banca d’affari “Uib, United Investment Bank” di Vanuatu presso istituti di credito di San Marino”. 

Al momento sono stati trovati 47 i milioni di euro, ma se ne cercano altri 43 che sarebbero stati sottratti a Mps e trasferiti su conti personali.

Il giudice per le indagini preliminari, Ugo Bellini, riconosce per gli undici indagati

“il pericolo di fuga attuale e concreto soprattutto una volta che gli indagati avranno contezza dello stato delle cose”

ma, inspiegabilmente, sottolinea Sarzanini, ha negato gli arresti domiciliari, limitandosi ad un provvedimento di divieto di espatrio contro cui la Procura ha già annunciato ricorso.

Questi gli elementi dell’inchiesta sulla cosiddetta “banda del 5 per cento” a cui gli inquirenti sono arrivati anche grazie alla testimonianza di una donna, anche lei indagata: Italia Sinopoli, 40 anni, funzionaria di Mps, per un periodo legata a Fabrizio Cerasani e titolare di alcuni conti a San Marino.

Interrogata lo scorso 4 giugno sulla “retrocessione delle somme” che la società Enigma riconosceva ai manager di Mps, Sinopoli ha detto agli inquirenti, come riferisce Sarzanini sul Corriere della Sera:

“Cerasani mi disse semplicemente che “funzionava così”, cioè che era prassi in generale e all’interno della Banca. Mi disse che io “ero un niente” rispetto a questo meccanismo facendomi intendere che “le due lire” che mi riconosceva erano poco rispetto a quanto ad altri, all’interno della Banca, era riconosciuto. Mi riferiva, per rassicurarmi, che si trattava di riconoscimenti leciti. Spesso mi rimproverava che ero troppo ingenua e che vivevo nel mondo dei sogni”.

“A fine 2009 ho cercato di allentare i rapporti professionali e personali con Cerasani. Per convincermi della liceità delle operazioni mi ricordò che i suoi interlocutori erano addirittura i vertici dell’Area Finanza e che lui lavorava anche con Baldassari. Mi fece capire che quello che faceva con me, lo faceva – in misura maggiore – anche con Baldassarri e gli altri dell’Area Finanza”.

 

 

 

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