Il muro dell’Ilva: barriera “anticancro” lunga 2 km e alta 21 metri

Pubblicato il 2 agosto 2012 12:36 | Ultimo aggiornamento: 2 agosto 2012 12:36
Ilva

Lavoratori Ilva in corteo (Foto Ansa)

TARANTO – E’ alto 21 metri e lungo due chilometri. Non sarà la muraglia cinese ma è qualcosa: è il muro dell’Ilva, quello che nelle intenzioni del presidente Bruno Ferrante dovrebbe proteggere dalle polveri, e quindi dal cancro, parte degli abitanti della città e dei paesi più vicini allo stabilimento.

Soprattutto è un muro già in costruzione e che costerà all’acciaieria 7 milioni di euro. Obiettivo primario è quello di provare a difendere i due paesi più vicini allo stabilimento, Statte e Tamburi.

Ma il muro non è l’unica strategia per salvare l’Ilva, i posti di lavoro e la salute degli abitanti. “Teoricamente — spiega Ferrante al Corriere della Sera — potremmo pensare anche a cambiare la geografia dello stabilimento, a spostare cioè da un’altra parte i 70 ettari dei parchi minerali che confinano con i palazzi di Tamburi. Settanta ettari sono un territorio grande come 100 campi di calcio. Non sarà facile, per ora è un’ipotesi, comunque analizzeremo le ricadute finanziarie dell’operazione”.

Il muro, invece, sta già diventando realtà. Un primo intervento tampone necessario per provare a tenere vivo il posto di lavoro per 12 mila persone. E magari ottenere il prima possibile la riapertura dello stabilimento, sigillato dalla magistratura. Ferrante al Corriere della Sera spiega che non ha intenzione di “patteggiare”. Parole che arrivano mentre il Riesame sta per pronunciarsi sugli arresti del patron del gruppo Emilio Riva, di suo figlio Nicola e degli altri sei dirigenti e sul sequestro degli impianti a caldo.

“Vogliamo solo spiegare — aggiunge Ferrante — tutto quello che abbiamo fatto finora per l’ambiente. E non è poco: un miliardo e 100 milioni di euro spesi in 10 anni. Guardate che Taranto è meno inquinata di Milano, coi suoi 40 milligrammi di polveri sottili 160 giorni l’anno… Perciò attenzione: l’acciaio è strategico. Con l’acciaio si fanno le auto, gli elettrodomestici, l’edilizia. Fermare l’acciaio vuol dire fermare l’Italia”.

Non la pensano così, almeno non del tutto, quegli operai dei Cobas che insieme ad alcuni esponenti dei centri sociali giovedì mattina hanno interrotto per protesta il corteo dei sindacati che protestavano contro la chiusura dell’Ilva.

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