Napoli, tra i bambini assediati dalla spazzatura. E la paura sussurata del colera

Pubblicato il 23 Novembre 2010 9:13 | Ultimo aggiornamento: 23 Novembre 2010 9:13

I cinquecento piccoli iscritti alla scuola materna ed elementare Paisiello di Napoli ostaggio dei rifiuti: racconta oggi, 23 novembre, la loro triste condizione Goffredo Buccini sul Corriere della Sera.

“La munnezza è blutta, puzza e non ci fa passare”, si lamenta Federico, uno dei piccoli allievi. Tutti con la “pelle arrossata”

“La munnezza puzza assai, pure a casa mia!”,  aggiunge Raffaele,  subito corretto dalla maestra Imma: “Dillo in italiano: immondizia…”. Intano Kimberly dice spaventata: “Ci stanno i topi là fuori, li ho visti, li ho visti!”. Qualche mamma protesta: “Dovete chiuderla, ‘sta scuola! Basta mò!”.

“È dieci giorni che non la ritirano, la spazzatura, le fa eco un’altra madre, mentre decide di portar via il figlioletto, ma è così brutta da venerdì: abbiamo pure chiamato la polizia, quelli so’ venuti e si sono messi a guardare senza fare niente”.

Ma, racconta Buccini, “ai bambini della materna va peggio che ai compagni più grandi: le loro aule stanno al piano rialzato, proprio addosso alla discarica di vicolo Montecalvario”.

“Stamattina qualcuno ha continuato a buttare spazzatura, anche dai motorini”, spiega Aurora Scuraci, fisico alla Tina Pica e dirigente scolastica del plesso, “hanno usato quest’angolo come uno sversatoio”.

Nel 2009 fu proprio Scuraci  a dare l’allarme per far rimuovere sei cassonetti sotto la scuola dove qualcuno buttava addirittura scarti di amianto. Ma adesso i cassonetti sono ancora lì.

Proprio nelle ore in cui una commissione europea arriva in città, e in cui le due parlamentari napoletane Mara Carfagna e Alessandra Mussolini si accapigliano, il popolo dei bassi sembra sul punto di esplodere. “C’è una parola, “colera”, scrive Buccini, che nessuno pronuncia ad alta voce per paura di passare da untore: l’avvicinarsi del freddo dovrebbe essere del resto la medicina migliore per scacciare gli spettri degli anni Settanta, ma in ospedali di frontiera come il Cotugno si trattiene il respiro e le disdette cominciano a liberare troppe stanze negli hotel del lungomare”.

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