Napoli, la polizia: “Moriamo per 1300 euro al mese…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 Settembre 2015 15:11 | Ultimo aggiornamento: 29 Settembre 2015 15:11
L'articolo del Mattino

L’articolo del Mattino

ROMA – Giacomo ha 57 anni e da 22 lavora in un commissariato di periferia di Napoli. Giorno dopo giorno ha visto la mutazione genetica della delinquenza come racconta al Mattino.

«Oggi ci troviamo di fronte bambini impazziti che vogliono solo un pezzo di ferro che spara fuoco e che si chiama pistola – spiega – Pensano di mettere paura, ma non sanno che i criminali veri non si fanno vedere: usano la violenza il meno possibile e preferiscono far girare i soldi. Di fronte a queste creature aliene quello della polizia è un esercito sempre più ridotto: nel mio commissariato dieci anni fa avevamo una squadra investigativa di dodici persone, adesso siamo in cinque. Quando usciamo mettiamo insieme quasi tre secoli, e non abbiamo nessuno a cui insegnare il mestiere: dietro di noi non c’è nessuno. Siamo una polizia geriatrica. I giovani sono pochi e già sanno che rischiano la vita per niente. Quindi sono tentati di lasciar perdere, di non giocare una partita che sanno già persa».

Nando è più giovane, ma ugualmente amareggiato. I nuovi poliziotti sono più istruiti di quelli assunti venti o trenta anni fa: si presentano a un concorso che richiede la scuola dell’obbligo e in tasca hanno una laurea. Poi montano sulla volante. Nando ogni giorno setaccia uno di quei quartieri dove si spara per niente: «Negli ultimi anni le nostre forze, che pure sono scarse, sono state concentrate nelle zone centrali per evitare i furti e le rapine che fanno notizia – racconta – e noi delle aree di periferia siamo saliti nella scala del rischio. Oggi uscire con una sola volante in un quartiere di periferia è diventato pericolosissimo: dovremmo viaggiare almeno con due macchine, e invece siamo sempre più soli». Il rischio è un compagno, la paura è un nemico: se ti distrai sei un uomo morto: «Ma nella vita di ogni giorno non ci accompagna solo il pensiero della pallottola – continua, ed è ormai un fiume in piena – io temo soprattutto di combinare guai a livello giudiziario: se fermo una persona e la porto in ufficio per interrogarla, quella poi magari esce e mi va a denunciare per tortura psicologica e io non ho i soldi per pagare un avvocato. Dopo Genova c’è stata una svolta: quegli abusi hanno provocato una reazione. Ed è stato giusto. Ma se io devo interrogare un delinquente senza fargli pressione, che cosa pensate che mi dirà?».