Napoli, strage via Caravaggio del 1975: chiesta archiviazione, massacro resta mistero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 luglio 2015 10:42 | Ultimo aggiornamento: 5 luglio 2015 10:42
Napoli, strage via Caravaggio del 1975: chiesta archiviazione, massacro resta mistero

Napoli, strage via Caravaggio del 1975: chiesta archiviazione, massacro resta mistero

NAPOLI –  Un massacro che sconvolse Napoli: tre persone uccise, in un appartamento di Fuorigrotta, con furia selvaggia che non risparmiò neanche il piccolo cane di famiglia, uno Yorkshire di nome Dick. Era il 1975 e, dopo 40 anni, anni di indagini, processi, polemiche e colpi di scena, con condanne e assoluzioni, ora ci si avvia a porre la parola “fine” a uno dei casi giudiziari più controversi e appassionati d’Italia senza che si sia fatta luce sul mistero e senza che ci sia un colpevole. E’ la strage di via Caravaggio e ora la Procura di Napoli ha chiesto al gip l’archiviazione del fascicolo su quel triplice omicidio.

Le indagini erano state riaperte nel 2011 per fare esami del Dna su alcuni reperti custoditi negli archivi dell’ex Tribunale di Castelcapuano, ma per il pm, neanche con le moderne tecniche si può attribuire il delitto a un soggetto noto. A essere uccise, in quel lontano 1975, furono furono Domenico Santangelo, ex capitano di lungo corso; la sua seconda moglie, Gemma Cenname, ostetrica; e la figlia di primo letto di Santangelo, Angela, impiegata. Per quel delitto fu condannato in primo grado il nipote di Gemma Cenname, Domenico Zarrelli, che fu poi assolto in appello, sentenza annullata dalla Cassazione che dispose un nuovo processo davanti alla Corte di Assise di Appello di Potenza. Il processo si concluse con l’assoluzione di Zarrelli; nel 1985 la Cassazione confermò questa sentenza di assoluzione e Zarrelli ottenne un risarcimento per ingiusta detenzione. Nel 2011, sulla base di alcune segnalazioni, il Procuratore aggiunto di Napoli Giovanni Melillo decise di riaprire il caso per esaminare i campioni genetici rilevati su alcuni reperti (alcuni mozziconi di sigaretta e uno straccio da cucina) custoditi negli archivi dell’ex Tribunale di Napoli e trovati in buono stato di conservazione.

Da questi esami, eseguiti dalla Sezione delitti insoluti della Polizia Scientifica di Roma – scrive il sostituto Procuratore della Repubblica di Napoli Luigi Santulli – sono “stati estratti, tra gli altri, i profili genetici (tracce di Dna) compatibili con quelli dell’originario imputato, poi definitivamente assolto, Domenico Zarrelli” che, in quanto nipote di una vittime, sicuramente era un frequentatore della casa. La sentenza definitiva e irrevocabile con la quale è stata stabilita la sua innocenza non consente in nessun caso che Domenico Zarrelli possa essere sottoposto a un eventuale nuovo processo per lo stesso fatto, e questo in ossequio al principio del “ne bis in idem”. Le conclusioni alle quali arriva il pm Santulli nella richiesta della quale si è avuta notizia oggi è che “in definitiva, neanche dalle moderne tecniche investigative, del tutto ignote all’epoca” del gravissimo fatto di sangue commesso 40 anni fa “sono emersi elementi idonei ad attribuire l’efferato delitto in esame a soggetto noto”. Per questo, la Procura ha chiesto al gip, al quale spetta ora la decisione, di disporre l’archiviazione del procedimento e di ordinare la restituzione degli atti per la conservazione in archivio. Nel procedimento si sono costituite parti offese Luisa Santangelo, assistita dall’avv. Gennaro De falco, e il fratello di Domenico Zarrelli, Mario, assistito dall’avv. Ilaria Zarrelli. .