Naufragio del piroscafo Oria, una tragedia “raccontata” da una gavetta

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 febbraio 2014 7:50 | Ultimo aggiornamento: 24 febbraio 2014 17:31
Naufragio del piroscafo Oria, una tragedia "raccontata" da una gavetta

Naufragio del piroscafo Oria, una tragedia “raccontata” da una gavetta

ROMA – Una storia racchiusa in una gavetta. È quella del piroscafo Oria, che naufragò il 12 febbraio 1944 al largo di Capo Sounion, 69 km dal Pireo, il porto di Atene: morirono 4.200 militari italiani, prigionieri dei tedeschi e destinati ai campi di lavoro in Germania perché avevano rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò e combattere per i nazisti. Racconta l’Eco di Bergamo:

“una bella storia che dai fondali del Mar Egeo porta alla pianura di Fara Olivana, fra cascine e vecchie corti. Da qui partì Domenico Borella, nato il 9 settembre 1922 e disperso nel naufragio.  

Nell’aprile 1995 la gavetta di Domenico finì impigliata nella rete di un pescatore greco, che condivise il ritrovamento con un amico idraulico. Le chiare incisioni di nome, cognome e paese di residenza consentirono ai greci di stabilire un contatto con la famiglia.

«Parlando poco inglese e molto greco – ricorda Giuseppe Torriani, nipote di Domenico – il pescatore e l’idraulico contattarono il Comune e successivamente la famiglia di zio Luigi, classe 1914, fratello più grande del disperso. Fu l’inizio di un’avventura commovente». Proprio il ritrovamento di un’altra gavetta da parte del sub greco Aristotelis Zervoudis nel 2002 portò all’individuazione del relitto e alla creazione di una rete di contatti fra familiari coordinata sul sito www.piroscafooria.it.

Da una sorta di «cartina» incisa con pazienza da Borella sulla gavetta (probabilmente con l’ausilio del punzone di trasmissione del telegrafo) si leggono i luoghi del Mediterraneo toccati durante le vicende belliche: Chiavari, Roma, Jugoslavia e Rodi, dove Domenico finì prigioniero dei tedeschi dopo l’Armistizio. Il nome e la vicenda di questo soldato bergamasco finirono «sommersi» negli archivi di ministero e Croce Rossa, senza che la famiglia ricevesse alcuna comunicazione precisa.

Il nome di Domenico Borella non è presente nemmeno sul monumento «Ai Caduti di tutte le guerre» di Fara Olivana. Se ne ha traccia soltanto sulla tomba del padre al cimitero di Romano, dove il cavalier Borella si era trasferito nel 1961. Sono ancora viventi due sorelle di Domenico, ultranovantenni: Zita, che vive a Bergamo, e Agostina, residente a Romano”.

Si legge sul sito del Piroscafo Oria:

“La nave di 2000 tonnellate, varata nel 1920, requisita dai tedeschi, salpò l’11 febbraio 1944 da Rodi alle 17,40 per il Pireo. A bordo più di 4000 prigionieri italiani che si erano rifiutati di aderire al nazismo o alla RSI dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, 90 tedeschi di guardia o di passaggio e l’equipaggio norvegese.

L’indomani, 12 febbraio, colto da una tempesta, il piroscafo affondò presso Capo Sounion, a 25 miglia dalla destinazione finale, dopo essersi incagliato nei bassi fondali prospicienti l’isola di Patroklos (in Italia erroneamente nota col nome di isola di Goidano).

I soccorsi, ostacolati dalle pessime condizioni meteo, consentirono di salvare solo 37 italiani, 6 tedeschi, un greco, 5 uomini dell’equipaggio, incluso il comandante Bearne Rasmussen e il primo ufficiale di macchina.

L’Oria era stipata all’inverosimile, aveva anche un carico di bidoni di olio minerale e gomme da camion oltre ai nostri soldati che dovevano essere trasferiti come forza lavoro nei lager del Terzo Reich.

Su quella carretta del mare, che all’inizio della guerra faceva rotta col Nord Africa, gli italiani in divisa che dissero no a Hitler e Mussolini vennero trattati peggio degli ignavi danteschi nella palude dello Stige: non erano prigionieri di guerra, di conseguenza senza i benefici della Convenzione di Ginevra e dell’assistenza della Croce Rossa. Allo stesso tempo, poi, il loro sacrificio fu ignorato per decenni anche in patria.

Nel 1955 il relitto fu smembrato dai palombari greci per recuperare il ferro, mentre i cadaveri di circa 250 naufraghi, trascinati sulla costa dal fortunale e sepolti in fosse comuni, furono traslati, in seguito, nei piccoli cimiteri dei paesi della costa pugliese e, successivamente, nel Sacrario dei caduti d’Oltremare di Bari. I resti di tutti gli altri sono ancora là sotto.

La tragedia si consumò in pochi minuti ed è stata ignorata per decenni. Eppure si sapeva per filo e per segno come fossero andate le cose”.