Nicole, morta perché: il 118…Cause di una tragedia, non solo ospedali pieni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 febbraio 2015 12:21 | Ultimo aggiornamento: 13 febbraio 2015 14:47
Nicole, neonata morta a Catania: i 5 perché, non solo perché non c'era posto

Nicole, neonata morta a Catania: i 5 perché, non solo perché non c’era posto

CATANIA – Non solo perché in tre ospedali di Catania non c’erano posti. Ma anche per cinque motivi. Per la comunicazione sbagliata, frammentaria e incompleta tra 118 e ospedali; anche per l’elisoccorso che di notte a Catania non funziona “per motivi di costi”; anche perché Nicole è stata portata a Ragusa e non alla più vicina Messina “perché Ragusa fa parte della stessa macroarea sanitaria di Catania”; e perché nella clinica Gibiino non c’è un’unità di rianimazione, come d’altra parte in molte cliniche private. Eccoli qui, sono almeno 5 i motivi per cui Nicole Di Pietro, nata con parto naturale e senza problemi in una clinica privata di Catania è morta 3 ore dopo per una crisi respiratoria. Una serie di negligenze che a elencarle rendono quasi impossibile da credere la morte di una neonata in Italia, nel 2015, per una banale crisi respiratoria.

Ci penserà un’inchiesta della magistratura di Ragusa a spiegare eventuali responsabilità di medici e operatori. Resta la cronaca di una notte folle e cinque motivi che hanno determinato un finale così tragico.

Non ci sono posti in tre ospedali. Non ci sono posti letto in tutta Catania. I 18 posti del Garibaldi sono tutti occupati. Idem al Cannizzaro e al Santo Bambino. Nicole poteva essere accolta e stabilizzata al pronto soccorso, però, ma non è successo.

La chiamata del 118. Nicole Di Pietro nasce alla clinica Gibiino di Catania: mamma Tania, 31 anni, partorisce naturalmente e senza problemi, così come senza problemi è la bambina. La piccola viene al mondo, fa un vagito, poi tace. Un silenzio sospetto, i medici capiscono subito: ha una crisi respiratoria, probabilmente ha aspirato liquido amniotico. Serve una cannula per aspirarlo, il papà della bambina, un barista di 31 anni, assiste alla scena incredulo. La clinica, che non è dotata di un’unità di emergenza e di rianimazione, non ha le cannule. Lì scatta la concitazione: i medici chiamano il 118 e comunicano all’operatore (che non è un medico ma un tecnico) il problema. Forse sono loro a non spiegarsi, forse è il tecnico che chiama i 3 ospedali a non essere chiaro: agli ospedali viene chiesto un posto in terapia intensiva, ma non c’è. Da nessuna parte. Non c’è un lettino, ma la rianimazione d’emergenza poteva essere fatta, forse. Nicole poteva essere ristabilizzata e poi magari trasferita altrove quando era fuori pericolo. Invece, incredibilmente, non va così.

“L’operatore del 118 –  spiega la direttrice del reparto di terapia intensiva del Garibaldi, Agata Motta – ha fatto una chiamata impersonale, senza specificare l’urgenza del caso e io un bambino non lo faccio morire anche se ho tutti i dieci lettini di “intensiva” occupati. Anche perché abbiamo le culle termiche da trasporto. Dovevano dirlo, dovevano spiegare, dovevano essere più chiari…”.

Il padre: “La cannula non c’era”. Il racconto del papà di Nicole: “Indossavo anch’io un camice. Come un infermiere. Eravamo entusiasti io e mia moglie mentre i medici eseguivano le manovre, controllavano i monitor, le pressavano il ventre, fino a quando è venuta fuori Nicole e io con le mie mani ho tagliato il cordone ombelicale. Tutto perfetto. Mia moglie sorrideva, dopo i dolori. Io, felice. Pensavo fosse finita. Che cominciasse la gioia, pronti per tornarcene in camera con la nostra creatura, dopo le ovvie ansie che avevamo avuto durante la gravidanza, quando si andava per i controlli, per le ecografie. E invece il dramma è cominciato a materializzarsi un attimo dopo il parto, subito, perché la bambina, dopo il primo vagito, non rispondeva, affannata, come non respirasse. Che ci fosse una crisi respiratoria si è capito subito. I medici dicevano che forse la bimba aveva ingoiato liquido amniotico. E io a scongiurarli di toglierglielo dai polmoni. Ci vuole una cannula, diceva uno. E l’altro la cercava senza trovarla. Ma quanto costa una cannula, una cannuccia per succhiare un po’ di liquido a una creatura appena nata? Dov’è?, chiedevo. Trovatela questa c… di cannula”.

L’elisoccorso che non c’è. L’elisoccordo a Catania di notte non vola. Un elicottero poteva portare velocemente in un’altra città Nicole, ma non è successo. Da due anni l’appalto per il servizio di eliambulanza viene fatto solo dall’alba al tramonto. Di notte non funziona.

Perché il viaggio a Ragusa e non a Messina?  Dopo la ricerca, vana, di un posto a Catania si decide di portare Nicole a Ragusa. Ovvero a oltre 100 chilometri, un ‘ora e mezza di viaggio in un’ambulanza privata e nemmeno attrezzata per questa emergenza. Non viene portata a Messina, invece, raggiungibile più rapidamente e comodamente grazie all’autostrada. Il motivo? Nella mappa sanitaria di Catania le città di Ragusa e Siracusa fanno parte della stessa macroarea. E quindi la ricerca viene fatta automaticamente seguendo queste priorità.

E così, per una serie imbarazzante di errori, negligenze, Nicole muore. A Ragusa arriva alle 4 del mattino, 3 ore dopo la crisi respiratoria. Morta.