Nino Di Matteo: “Quelle di Riina non sono minacce ma ordini contro di me”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 18 Dicembre 2013 0:32 | Ultimo aggiornamento: 18 Dicembre 2013 0:40
Nino Di Matteo: "Quelle di Riina non sono minacce ma ordini contro di me"

Nino Di Matteo (LaPresse)

PALERMO  – Nino Di Matteo intervistato la sera di martedì 17 dicembre su La7, racconta i suoi giorni da magistrato in prima linea. DI Matteo spiega a Fulvio Benelli di Linea Gialla di voler andare avanti, consapevole che quelle di Riina sono veri e propri ordini impartiti contro di lui. Il pm palermitano ammette che sacrificare la propria vita non ne vale la pena e parla di fastidio di poteri esterni per le sue indagini. Poi difende se stesso e Antonio Ingroia dagli attacchi della politica.

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Le “confidenze” fatte, durante la socialità in carcere dal padrino al boss della Sacra Corona Unita Alberto Lorusso, tre settimane fa trasferito da Opera e recentemente interrogato dai pm di Palermo, non sono state ancora depositate agli atti del processo sulla trattativa, in corso davanti alla corte d’assise. Ma le indiscrezioni trapelate sul contenuto dei colloqui – si tratta di ore di dialoghi intercettati dalla Procura – sono sufficienti a destare allarme. Più che minacce si tratterebbe, almeno nei confronti di Di Matteo, di un mandato a commettere una strage.

 

 

“La minaccia è qualcosa che qualcuno pronuncia perché sa di poter intimorire il minacciato”,

ha spiegato Di Matteo a Linea Gialla.

“In realtà queste non sono minacce, Totò Riina è stato ascoltato mentre, inconsapevole di essere intercettato, pronunciava prima delle parole rabbiose nei miei confronti ma poi dei veri e propri ordini di morte che cercava di far pervenire all’esterno. E’ qualcosa di diverso, di più rispetto a una minaccia tanto che la gravità delle parole ascoltate ha indotto i procuratori di Palermo e di Caltanisetta a trasmettere immediatamente il testo e addirittura il sonoro della registrazione al ministro dell’Interno perché evidentemente si ravvisava un pericolo anche per l’ordine pubblico. Quando si parla genericamente e sommariamente di minacce probabilmente non si aiuta l’opinione pubblica a capire di cosa si tratta”.

Il perché delle minacce, spiega Di Matteo

“Non è storia recente che ogni qual volta si alzi il livello delle indagini e si esca dal perimetro dell’ala militare di Cosa Nostra, questo tipo di investigazioni da fastidio ad ambienti esterni, a Cosa Nostra, ma anche alla stessa organizzazione mafiosa. Quindi certamente Totò Riina non ha nulla da temere da un punto di vista prettamente concreto, l’erogazione di una eventuale condanna. E’ già condannato per parecchi episodi di omicidio e di strage a numerosi ergastoli. Probabilmente non accetterebbe l’eventualità che vengano fuori dal processo e dalle indagini che stiamo continuando ipotesi di accordo e di cooperazione con entità esterne a Cosa Nostra. Questa è un’analisi che possiamo fare ma della quale certamente non possiamo in questo momento essere sicuri”.

Per il magistrato la profonda rabbia del padrino di Corleone potrebbe derivare dal timore che dall’inchiesta sulla trattativa vengano fuori

“ipotesi di accordo e di cooperazione con entità esterne a Cosa Nostra”.

Oltre agli insulti e alle minacce di morte, a far saltare sulla sedia gli inquirenti sarebbe stato quel “facciamolo, grosso, facciamolo presto”, detto da Riina. Parole che fanno pensare a un progetto di attentato giunto in fase esecutiva che ha spinto Di Matteo a rinunciare a partecipare alla trasferta milanese del processo sulla trattativa organizzata a Milano, la scorsa settimana, per ascoltare il pentito Giovanni Brusca. Ma l’allarme, che ha spinto il ministro dell’Interno ad annunciare ulteriori restrizioni del 41 bis, non riguarda solo Di Matteo, sottoposto a misure di sicurezza di livello 1, eccezionale, il massimo previsto, ma anche i suoi colleghi. Anche l’aggiunto Vittorio Teresi e i pm Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene sono vittime delle minacce del boss che in più occasioni ha inveito contro “i magistrati del processo che lo fa impazzire”. E anche per loro è stata potenziata la protezione.

Dopo il ministro dell’Interno Angelino Alfano e i vertici delle forze dell’ordine tocca al Consiglio Superiore della Magistratura venire a Palermo per manifestare vicinanza e solidarietà al pm e ai magistrati della Procura impegnati nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, vittime delle pesanti minacce del boss Totò Riina.

Il Comitato di Presidenza dell’organo di autogoverno dei giudici ha infatti deliberato di proporre al Plenum, per il prossimo 20 dicembre, la visita nel capoluogo siciliano. Una delegazione consiliare guidata dal vice presidente incontrerà i capi degli uffici giudiziari per

“manifestare la presenza solidale del Csm nei confronti dei magistrati oggetto di intimidazioni e verificare i possibili interventi a supporto del sereno ed efficiente esercizio della giurisdizione in quel territorio”.

Non è ancora chiaro se l’incontro della delegazione di Palazzo dei Marescialli avverrà al palazzo di giustizia e come si svolgerà la visita, ma certamente è un segnale importante per una Procura scossa dalle parole del capomafia di Corleone.