Omicidio Bruno Caccia: Rocco Schirripa resta in carcere, prove valide

di redazione Blitz
Pubblicato il 2 dicembre 2016 20:50 | Ultimo aggiornamento: 2 dicembre 2016 20:52
Omicidio Bruno Caccia: Rocco Schirripa resta in carcere, prove valide

Omicidio Bruno Caccia: Rocco Schirripa resta in carcere, prove valide (Nella foto il procuratore Caccia)

MILANO – Resta in carcere Rocco Schirripa, accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio del procuratore di Torino, Bruno Caccia, avvenuto nel 1983. Malgrado il corpo di scena dei giorni scorsi, quando è venuto a galla un errore procedurale da parte della Procura di Milano, che aveva di fatto azzerato il processo in corso. Restano valide le prove raccolte nel fascicolo di indagine subito riaperto, che viaggia speditissimo verso un nuovo dibattimento. Il gip ha infatti convalidato il fermo e disposto la misura cautelare.

Accogliendo la richiesta del pm Marcello Tatangelo, il giudice Stefania Pepe ha stabilito che Schirripa, 64 anni, panettiere fino a prima dell’arresto avvenuto quasi un anno fa, deve rimanere ancora nel carcere milanese di Opera, evidenziando, in particolare, a suo carico il pericolo di fuga, dati i “solidi appoggi” di cui godrebbe in Spagna, dove si trova un suo “sodale del narcotraffico“.

La svista procedurale del pm della Dda di Milano, che non aveva chiesto la riapertura delle indagini non essendo a conoscenza di un precedente fascicolo archiviato nel 2001 a carico dell’uomo, aveva portato due giorni fa all’annullamento del processo in cui Schirripa era già imputato dallo scorso luglio. Esito non apprezzato affatto dal legale dei figli di Caccia, l’avvocato Fabio Repici (è stato lui con una memoria a far trovare il fascicolo ignoto), che ha parlato di “gravissime omissioni” da parte della Procura. Procura che, nel frattempo, ha riaperto le indagini e, dopo un’ordinanza di scarcerazione emessa dalla Corte d’Assise, ha fermato subito il panettiere e chiesto che rimanesse in carcere.

L’istanza è stata poi accolta dal gip che, in 138 pagine di ordinanza, ha ricostruito anche il vizio procedurale e i successivi passaggi, ma soprattutto ha spiegato che la “quasi totalità delle intercettazioni ambientali” dell’inchiesta, tranne una, sono “pienamente utilizzabili” e che, quindi, resta fermo un “grave quadro indiziario” a carico di Schirripa, “esponente di spicco della ‘ndrangheta calabrese”.

Sarebbe stato lui, secondo il gip, a partecipare “all’omicidio del Procuratore” con il ruolo di killer, su mandato di Domenico Belfiore, già condannato in via definitiva all’ergastolo. Il gip, seguendo la linea del pm Tatangelo e respingendo quella dei difensori Mauro Anetrini e Basilio Foti (che potrebbero ricorrere direttamente in Cassazione), mette in luce come tutte le prove raccolte fino al 25 novembre 2015, prima dell’iscrizione nel registro degli indagati di Schirripa, abbiano ancora valore. E’ andata in fumo, secondo il gip, soltanto la conversazione del 27 novembre tra Placido Barresi, cognato di Domenico Belfiore, e Schirripa nella quale il primo gli diceva: “Ti sei fatto 30 anni tranquillo, fattene altri 30”.

Nei prossimi giorni, il pm potrebbe già chiedere e ottenere, sempre dal gip, il processo con rito immediato e si ritornerebbe subito a dibattimento, anche se la difesa proverà a contrastare, in ogni sede, la legittimità delle prove tenute buone.