Omicidio Macchi, Stefano Binda “assolto dalla scienza”: la motivazione della sentenza di appello

di redazione Blitz
Pubblicato il 20 Ottobre 2019 9:05 | Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre 2019 9:05
Stefano Binda

Stefano Binda (Foto Ansa)

MILANO –  La scienza assolve Stefano Binda dall’accusa di omicidio di Lidia Macchi. E’ quanto emerge dalle motivazioni della sentenza con cui la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano ha ribaltato, lo scorso luglio, la condanna emessa in primo grado, assolvendo l’uomo accusato dell’omicidio della giovane uccisa nel 1987 a Cittiglio (Varese). 

“E’ la scienza che ha testimoniato” a favore dell’imputato e che ha “introdotto negli atti processuali un dubbio molto più che ragionevole circa la sua estraneità (…) rispetto al delitto”: questo un decisivo passaggio delle motivazioni della sentenza.

Binda, che si è sempre proclamato innocente, era stato arrestato nel gennaio 2016. Poco più di due anni dopo, per lui si sono aperte le porte del carcere. Nelle motivazioni si legge anche che la scienza ha dato “‘voce processuale’ alla vittima, ad onta del tempo trascorso e degli errori compiuti per i quali non si può fare altro che esprimere rammarico e fare ammenda” e ha dato anche “un aiuto decisivo e dirimente anche all’imputato Stefano Binda”.

Infatti, secondo i giudici, non è Binda “ad avere lasciato tracce biologiche sulla busta spedita a casa Macchi per recapitarvi ‘In morte di un’amica’ e “non è lui ad avere lasciato tracce biologiche sul corpo martoriato della persona offesa”.

Nelle motivazioni si legge anche che la “valutazione globale” degli elementi accusatori “non solo non consente di attribuire l’omicidio di Lidia Macchi a Stefano Binda con un elevato grado di razionalità, ma, al contrario (…) porta ad affermare a suo favore molto di più che il ragionevole dubbio: la ragionevole certezza della sua estraneità al delitto”. Per questo motivo è una “decisione di giustizia non più procrastinabile” liberare Stefano Binda.

Per i giudici, inoltre, la sentenza di primo grado è stata emessa dopo “un processo dibattimentale che si è distinto non già per avere accertato fatti (di reato), desumendone le modalità di svolgimento da indizi gravi, precisi e concordanti” ma dopo averli ascritti “a un ‘autore ideale’ (…) attraverso presunzioni, talune anche logiche e plausibili in astratto, altre molto meno perché portato di mera suggestione, ma, in ogni caso, tutte prive di concretezza e supporto probatorio”. Per Patrizia Esposito, legale di Binda con il collega Sergio Martelli, la sentenza merita “una lettura attenta e approfondita”. (Fonte: Ansa)