Omicidio Musy, Francesco Furchì ergastolo in Appello

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 Novembre 2015 22:46 | Ultimo aggiornamento: 25 Novembre 2015 22:46
Omicidio Musy, Francesco Furchì ergastolo in Appello

Omicidio Musy, Francesco Furchì ergastolo in Appello

TORINO – Oltre sette ore di camera di consiglio, ma alla fine per Francesco Furchì il verdetto è stato identico. La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha infatti confermato l’ergastolo per “l’uomo col casco” che, il 21 marzo 2012, sparò sotto casa al consigliere comunale torinese Alberto Musy, morto dopo 19 mesi di agonia.

“Io sono innocente e basta”, ha ribadito l’imputato prima di essere ricondotto nel cercare di Biella, dove era già detenuto. In carcere da quasi tre anni, Furchì ha provato fino all’ultimo a convincere i giudici della corte presieduta da Fabrizio Pasi di non essere quel “faccendiere rancoroso” dipinto dall’accusa che uccise Musy, “un gentiluomo prestato alla politica”, solo perché non assecondava le proprie ambizioni.

“Confido nella vostra coscienza di uomini, di persone”, ha detto prima della camera di consiglio. I giudici, però, non gli hanno creduto, confermando la sentenza di primo grado.

“E’ stata riconosciuta la validità del lavoro fatto da procura e investigatori della squadra mobile della questura, a cui va il merito di avere risolto un caso difficilissimo”, ha commentato il pg Marcello Maddalena, che ha sostenuto l’accusa in prima persona in quello che è stato uno dei suoi ultimi processi prima della pensione.

“Ora potrò spiegare alle nostre figlie come sono andate davvero le cose – si è limitata a dire una commossa Angelica Corporandi d’Auvare, la vedova Musy -, anche se non possiamo certo dire di essere contenti, perché Alberto non torna…”.

Furchì potrà ora ricorrere ancora in Cassazione. La conferma dell’ergastolo, per lui, al termine di due processi in cui l’accusa ha presentato prove e moventi indiziari. Dalla sua presenza nella zona in cui è avvenuto il delitto, al falso alibi ideato per sviare le indagini. E ancora il ‘buio artificiale’ creato spegnendo il telefonino proprio a cavallo dell’agguato e la testimonianza di un ex compagno di cella che sarebbe stato minacciato con la frase “Ti faccio fare la fine che ho fatto fare a Musy”.

Ci sono poi tre testimonianze su cui la corte ha chiesto che siano inviati gli atti alla procura per accertare l’esistenza di eventuali reati. Sono quelle del professore universitario Pier Giuseppe Monateri, che avrebbe sospettato di Furchì fin dall’inizio ma non lo avrebbe denunciato, dell’amico fraterno dell’imputato Felice Filippis e di sua moglie Maria Cefalì, nel cui orto sarebbe stata nascosta la pistola usata per l’agguato e protagonisti di un’intercettazione in cui lui dice “se parlo io Furchì si fa cent’anni”.