Non nel mio ospedale! Sbarramenti e frontiere per i posti letto

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 11 Novembre 2020 12:28 | Ultimo aggiornamento: 11 Novembre 2020 12:28
Seconda ondata. Non nel mio ospedale! Sbarramenti e frontiere per i posti letto

Non nel mio ospedale! Sbarramenti e frontiere per i posti letto (Foto d’archivio Ansa)

Non c’è più solidarietà. Rispetto a marzo, quello che è cambiato nella pandemia, è questo. A primavera c’era e oggi non c’è più.

O è al massimo un ricordo sbiadito, con gli ospedali non più disposti a dare posti letto a pazienti ‘esterni’, provenienti da altre strutture o regioni. Non c’è più negli ospedali e non c’è più neanche tra le persone, nella nostra società dove lo spirito unitario sembra essere andato perso.

Gli ospedali rifiutano posti letto ai pazienti “esterni”

C’era un volta l’acronimo NIMBY: not in my back yard. Formula per indicare chi non voleva opere pubbliche con impatto rilevante vicino alla propria casa, al proprio comune e alla propria comunità. In tempo di pandemia questo sentimento è ora diventato NIMH. Not in my hospital, non nel mio ospedale.

Con i nosocomi in affanno, travolti dall’arrivo dei pazienti Covid, sono tanti i casi di strutture che rifiutano trasferimenti perché già saturi o per conservare quel po’ di posti ancora liberi per la popolazione locale. Succede in Piemonte, a Tortona, come segnala La Stampa, ma succede a vario livello un po’ ovunque.

Addio alla solidarietà di primavera

A marzo e aprile abbiamo visto e letto di malati lombardi curati in Sicilia e persino in Germania. Senza però scomodare i vicini europei questa elasticità, questa solidarietà è ora andata persa. Un po’ perché la pressione sugli ospedali è maggiore rispetto a sei mesi fa e non è più localizzata in una sola parte del Paese ma molto più diffusa in tutta la Penisola, ma anche perché, alla lunga, ci stiamo scoprendo tutti un po’ più egoisti di quanto non fossimo durante la prima ondata.

Così il ‘non nel mio ospedale’ si traduce nello stop ai trasferimenti da una struttura all’altra anche quando qualche posto libero ci sarebbe. Posto che però viene conservato per i pazienti che arriveranno, contagiati da Covid o per altre necessità, con i nosocomi che cercano di restare operativi concentrandosi sul loro bacino di utenza.

I sindaci blindano i confini

Ma si traduce anche in altre azioni concrete, come quelle dei sindaci e dei comuni che blindano i confini e il territorio per impedire accessi e vicinanza con le zone rosse più prossime. La solidarietà diventa merce di scambio, per accettare pazienti esterni c’è chi chiede qualcosa in cambio: una nuova sala operatoria ad esempio. Mentre soprattutto nei comuni più piccoli cominciano a comparire e prendere forma le proteste dei residenti che non vogliono malati da fuori a ‘rubare’ i loro posti. (Fonte La Stampa)