Ostia, Spada condannati in appello per il racket delle case popolari. “Metodo mafioso”

di redazione Blitz
Pubblicato il 21 dicembre 2018 19:40 | Ultimo aggiornamento: 21 dicembre 2018 19:41
Ostia, Spada condannati in appello per il racket delle case popolari. "Metodo mafioso"

Ostia, Spada condannati in appello per il racket delle case popolari. “Metodo mafioso” (Foto Ansa)

ROMA – La corte d’appello di Roma ha confermato le condanne, per oltre 50 anni di carcere, emesse in primo grado nei confronti di sette componenti del clan Spada di Ostia (Roma), con l’aggravante del metodo mafioso nel processo legato al racket delle case popolari. Gli imputati rispondevano a vario titolo di minacce, violenze, sfratti forzosi da alloggi popolari oltre che di un episodio gambizzazione per affermare la supremazia del clan sul territorio di Ostia.

Le indagini della Dda erano partite dalla gambizzazione di Massimo Cardoni, padre di Michael (collaboratore di giustizia nonché marito di Tamara Ianni, anche lei pentita), ferito con due colpi di pistola nell’ottobre 2015 davanti a un supermercato di Ostia.

Gli investigatori si convinsero che quell’agguato fosse legato alla contrapposizione tra il clan ‘emergente’ degli Spada e la perdente compagine dei Baficchio-Galleoni, in declino almeno dal 2011 in occasione del duplice omicidio di Giovanni Galleoni, capo indiscusso del clan Baficchio e di Francesco Antonini.

Il tutto condito da sfratti forzosi dalle case popolari del litorale, minacce e intimidazioni: gli inquirenti smantellarono un racket delle case comunali di via Baffigo che il clan secondo l’accusa gestiva decidendo a chi andavano assegnati gli alloggi. Una vicenda svelata dalla coppia Ianni-Cardoni che vittima di uno sfratto aveva deciso di denunciare tutto alla magistratura accettando da allora di vivere sotto protezione.  

Al termine della lettura della sentenza di appello uno degli imputati presenti in aula, che a inizio di udienza si era dichiarato estraneo al clan, ha dato in escandescenze: “Buffoni, quando esco spacco tutto”, ha minacciato rivolgendosi al collegio giudicante. Insulti alla corte (“vergogna”) sono stati espressi anche da alcune persone presenti tra il pubblico.