Padova, Treviso, Venezia. Sindaci Pd: “Via mendicanti, è racket”

di redazione Blitz
Pubblicato il 18 Marzo 2014 11:06 | Ultimo aggiornamento: 18 Marzo 2014 11:06
Giovanni Manildo, sindaco di Treviso,  Ivo Rossi, sindaco di Padova, Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia

Giovanni Manildo, sindaco di Treviso, Ivo Rossi, sindaco di Padova, Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia

VENEZIA – In Veneto mendicanti e vagabondi sono persone non gradite. I tre sindaci, tutti di sinistra, Ivo Rossi (Padova), Giovanni Manildo (Treviso) e Giorgio Orsoni (Venezia), hanno infatti costituito un asse contro gli “accattoni molesti e petulanti”. Si sono uniti sotto il nome di PaTreVe, col quale generalmente si intende l’area metropolitana che aggrega le città di Padova, Treviso e Venezia, da loro governate. Chiedono fogli di via ed espulsioni dall’Italia per almeno tre anni a chi chiede l’elemosina “in modo insistente”.

La task force si è costituita a Treviso, dove fino allo scorso anno governava il leghista Giancarlo Gentilini. Ma col renziano Manildo, unito nella lotta con i colleghi democratici Rossi e Orsoni, la musica non cambia: il nemico pubblico è sempre l’immigrato. Con una differenza però: bisogna distinguere “le persone in evidente stato di bisogno e sostanzialmente innocue, da altri soggetti organizzati da strutture malavitose che occupano sistematicamente luoghi “strategici” per chiedere l’elemosina in modo insistente, sfruttando anche animali, e che spesso sono trasportati a Treviso e controllati da una rete di protettori”.

Insieme si sono coalizzati per evitare che i mendicanti molesti, cacciati dai rispettivi suoli comunali, non si spostino poi a chiedere l’elemosina nel paese limitrofo.

Il sindaco Manildo non prova imbarazzo a parlarne, anzi:

“Noi ci battiamo soprattutto contro il racket dell’accattonaggio e per la sicurezza dei cittadini. Ci sono persone che arrivano da fuori e chiedono l’elemosina in modo aggressivo. Sono organizzati, viaggiano in treno da Mestre o in auto. Si piazzano nei posti migliori e nei giorni di mercato”.

Il suo assessore alla sicurezza, gli dà manforte:

“C’è una romena – spiega Roberto Grigoletto – che è stata multata 60 volte e si presenta ancora qui. Un romeno ne ha 42. Ci siamo incontrati con gli altri assessori alla sicurezza, presto si incontreranno anche i sindaci. Abbiamo bisogno di una banca dati per tutta la Pa-tre-ve, così possiamo riconoscere subito un mendicante trovato in uno dei nostri Comuni. Per preparare questa “banca” si sono già incontrati anche i comandanti delle Polizie locali”.

Il piano è pronto, ma non basta: “A noi serve una legge nazionale che permetta di colpire chi organizza e sfrutta l’accattonaggio”, spiega ancora Manildo.

“Serve un allontanamento per almeno tre anni. Si tratta in pratica di un rimpatrio perché i mendicanti organizzati da clan o racket sono quasi tutti stranieri. Si applica il decreto legislativo numero 30 del 2007 che prevede il rimpatrio di accattoni non iscritti all’anagrafe locale, senza lavoro, dediti alla questua e in condizioni di salute tali da non impedire l’allontanamento”.

Il polso duro anti-racket si accompagna però al buon cuore. Così ad esempio, gli 800 euro finora sottratti alle ciotole e ai cappelli dei mendicanti sono stati donati alla Caritas. Ma il direttore Don Davide Schiavon, non sembra del tutto persuaso:

“La lotta all’illegalità è giusta ma non risolve il problema vero della povertà. Senza una profonda conoscenza del territorio, è difficile distinguere i veri poveri dai furbetti. E magari si colpisce chi è davvero nel bisogno”.