Paina di Giussano, la lettera di Alessandro Turati per spiegare l’omicidio-suicidio

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 marzo 2018 17:59 | Ultimo aggiornamento: 16 marzo 2018 17:59
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Paina di Giussano, la lettera di Alessandro Turati per spiegare l’omicidio-suicidio

ROMA – Le ha uccise nel sonno, forse non si sono accorte neppure di quello che stava accadendo.

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Il mistero di Paina di Giussano è stato risolto in pochi minuti grazie alla lettera d’addio lasciata sul pavimento dell’appartamento.

Le forze dell’ordine entrano in casa dopo aver ricevuto una segnalazione e trovano tre corpi. Due donne e un ragazzo: Monica Cesano (58 anni) Paola Partavicini (88 anni) Alessandro Turati, 28 anni, l’autore dell’omicidio-suicidio. I corpi sono stati scoperti alle 23 del 14 marzo da un vicino di casa. Era stata la sorella di Alessandro a dare l’allarme: da ore non riusciva a mettersi in contatto con la sua famiglia e aveva chiesto a uno zio di andare a controllare che tutto fosse in ordine. L’uomo, non ricevendo nessuna risposta, aveva chiamato le forze dell’ordine.

Alessandro Turati, detto “il baffo”, si è ucciso con diverse coltellate al petto e polsi tagliati. Lo ha fatto diverse ore dopo aver ucciso le due donne. Prima di farlo ha scritto un post su Facebook (”L’amore non è tutto ciò di cui hai bisogno”), pubblicato martedì mattina, poi ha lasciato una lettera. ”Un misto di scuse e deliri, – scrive il Corriere della Sera – con qualche frase per spiegare il duplice omicidio: ‘I soldi sono finiti’. Come a indicare un possibile movente economico”.

I vicini di casa e i familiari, spiegano però che la famiglia non aveva nessun problema economico. Anzi, parlano di un rapporto difficile tra Alessandro e sua madre: dopo aver lasciato gli studi universitari non aveva mai cercato un vero e proprio lavoro e viveva di espedienti. Fuori corso, e persa ogni speranza di terminare quella laurea in giurisprudenza alla Bicocca che gli avrebbe permesso di diventare un avvocato, il giovane sembra non vedesse più un futuro di fronte a sé. Temendo di restare disoccupato, trascorreva sempre più tempo al bar, ogni volta con un bicchiere in mano. Viveva un’esistenza tra il solitario dark e un po’ misterioso (”girava con un lungo cappotto nero anche in estate”) e l’ascetico (”tra amici lo chiamavamo Rasputin, per la barba e i baffi lunghi e per quel suo aspetto sempre un po’ fuori dal tempo”).

Ultimamente il suo umore era peggiorato, pare che la madre si fosse confidata con qualche amica, ma non risulta fosse in cura per problemi psichici. Nel palazzo dove le tre vittime vivevano una vicina li ricorda come ”una famiglia modello”, mentre la figlia di un’altra residente ha spiegato di non aver ”sentito nulla, sono venuta a trovare i miei”, poi ha continuato ”siamo sconvolti, mia madre conosceva bene la mamma di Alessandro e davvero non capiamo cosa possa essere accaduto”. “Gli amici lo apprezzavano per il suo eloquio elegante ed erano colpiti per il suo livello culturale superiore alla media”, racconta al Corriere della Sera il proprietario del bar che era solito frequentare.

Per gli inquirenti il caso è chiuso. Il pm della procura di Monza Michela Versini ha però disposto le autopsie sui tre corpi. Serviranno a stabilire con certezza la dinamica di una tragedia che ha lasciato sola la sorella dell’omicida.

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