Pakistan a Verona: incinta di un italiano, devi abortire. La famiglia la lega ed elimina il bimbo occidentale

di Lucio Fero
Pubblicato il 17 maggio 2018 13:41 | Ultimo aggiornamento: 17 maggio 2018 13:41
Pakistan, donna a Verona: incinta di un italiano, devi abortire. La famiglia la lega ed elimina il bimbo occidentale

Pakistan a Verona: incinta di un italiano, devi abortire. La famiglia la lega ed elimina il bimbo occidentale (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Pakistan a Verona, e non è un errore geografico. Pakistan a Verona come a Brescia e in altre zone d’Italia dove una cultura, usi e costumi che considerano la donna capo di bestiame familiare e proprietà dei maschi di clan [App di Blitzquotidiano, gratis, clicca qui,Ladyblitz – Apps on Google Play] dettano di fatto legge. Una legge contro quelli che in Europa, in Italia, dovrebbero essere valori e principi, garanzie e diritti e protezioni per qualunque essere umano.

E invece no, Pakistan a Verona e a Brescia e ovunque in Italia padri e fratelli padroni e guardiani torturano di fatto quando non uccidono le donne, le ragazze di famiglia che credono di vivere in Italia. In Italia vivono, ma l’Italia non sembra in grado di proteggerle. Qualche settimana fa Sana, riportata in Pakistan con l’inganno, lì strangolata da padre e forse fratello, con la madre a guardare silente. Strangolata perché non voleva essere piazzata come animale da riproduzione presso il pakistano che il padre aveva scelto per lei come marito-mandriano. Sana che secondo al sua famiglia non meritava di vivere, andava uccisa perché corrotta, infetta dall’Occidente.

Qualche settimana fa Sana, qualche anno fa Hina. Hina uccisa dalla famiglia per le stesse, se così si può dire, ragioni e in una medesima sequenza, cambia solo il modo di ammazzarle queste ragazze. Ammazzate dalla famiglia perché sono di fatto italiane. Italiane di fatto ma prigioniere e vittime di una sorta di potere pakistano extra territoriale che agisce, comanda e dispone in territorio italiano.

Ecco infatti la storia di Farah, 18 anni, famiglia pakistana. Fidanzata con un ragazzo italiano, resta incinta. I due ragazzi vogliono tenere il bambino. Ma la famiglia di Farah la porta in Pakistan. E lì, a viva forza, legandola al letto e narcotizzandola (questo il suo racconto dedotto dai messaggi whatsapp alle amiche) le praticano l’aborto. Aborto a forza per eliminare il bimbo occidentale.

Qui non c’entra il Pakistan inteso come nazione e Stato. E neanche l’Islam in quanto tale (anche se invano gli imam spiegano in moschea che è orrore ed errore uccidere per cosiddetto onore). Qui c’entra l’Italia, noi tutti. Questi omicidi e persecuzioni di ragazze di fatto italiane da parte delle loro pakistane famiglie hanno un movente e un significato chiaro ed esplicito per la nostra società, per noi occidentali. Il messaggio è che una certa cultura rifiuta, respinge, uccide quella che vive come contaminazione e contagio.

Sono immigrati regolari il più delle volte ma questo rifiuto culturale della contaminazione, questo sentire l’Occidente così contaminante e malefico al punto da dover sopprimere le contaminate è più pericoloso e inquietante di una immigrazione clandestina ma motivata solo dalla ricerca di lavoro e soldi. Molto meno pericoloso e alieno un clandestino che, varcata clandestinamente l’ultima frontiera, clandestinamente approdato al lavoro nero, mai e poi mai comunque si sognerebbe di ammazzare la figlia o di farla abortire perché è innamorata di un  bianco di pelle e occidentale di cervello. Molto meno pericoloso e alieno di un immigrato regolare che però qui vive in eterna apnea e ostilità verso quello che noi siamo, che considera la nostra cultura e il nostro modo di vivere peste che appesta il mondo.

Il giorno che lo capiremo, se mai lo capiremo, toccherà di trovare il modo concreto per impedire a questo Pakistan  in terra d’Italia di uccidere le sue, anzi le nostre figlie.