Paride Mori, medaglia al repubblichino. Anpi insorge, Delrio fa dietrofront

di redazione Blitz
Pubblicato il 17 Marzo 2015 14:36 | Ultimo aggiornamento: 17 Marzo 2015 14:36
Paride Mori, medaglia al repubblichino. Anpi insorge, Delrio fa dietrofront

Paride Mori

ROMA – Si chiamava Paride Mori, repubblichino di Salò che combattè sul confine tra Friuli e Slovenia contro i partigiani titini. A lui lo scorso 10 febbraio, quello che per legge è il Giorno del Ricordo in memoria delle vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, ha consegnato una medaglia. O meglio al figlio Paride, pensionato di 82 anni, orgoglioso di cotanto padre che sì “era un fascista, ma di certo non era un delinquente. Era un idealista, un difensore della Patria”. Fino al 15 marzo scorso, quando in coro sono insorte prima l’Anpi (l’Associazione nazionale partigiani) e poi Sel, per bocca del deputato Giovanni Paglia che ha chiesto “il ritiro dell’onoreficenza concessa alla memoria del repubblichino”. Delrio, imbarazzato, ci sta pensando: “Se la commissione che ha vagliato centinaia di domande ha valutato erroneamente, il riconoscimento dovrà essere revocato”, ha twittato domenica in serata.

L’equivoco, se di questo si è trattato, sta nel fatto che Mori viene spesso presentato come capo dei bersaglieri. Ma il battaglione, da lui stesso formato, era intitolato a Mussolini e quel 18 febbraio 1944, quando fu ucciso dai partigiani non fu un agguato ma un combattimento: Repubblica sociale contro Resistenza. “Il governo perciò si scusi – dice sdegnato Paglia – c’è un’unica memoria che i fascisti meritano oggi come domani. Quella della loro ignominia. E i membri della commissione vengano destituiti da ogni incarico”.

Più moderato il presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, che chiede sia fatta “chiarezza assoluta” e “al più presto” su chi ha deciso di consegnare una medaglia alla memoria di “un fascista della Repubblica di Salò: Paride Mori”.

“Chi – sollecita Smuraglia – ha proposto e deciso quella onorificenza proprio nell’anno del 70/o anniversario della Resistenza? A quali criteri ha obbedito la speciale Commissione che valuta per la Presidenza del Consiglio le onorificenze? È veramente difficile accontentarsi della prospettazione di un ‘errore’, a fronte di situazioni che imporrebbero una vera sensibilità democratica.

Pensiamo – aggiunge – che su questo debba essere fatta chiarezza assoluta ed al più presto. Altrimenti dovremmo pensare che la Presidenza del Consiglio, che si propone di celebrare il 25 aprile e il 70/o è disponibile, al tempo stesso, a riconoscere i meriti di chi militò dalla parte della dittatura, del fascismo, della persecuzione degli ebrei, degli antifascisti e dei diversi”.

E non è neppure la prima volta che un riconoscimento a Paride Mori causa imbarazzi: anni fa il suo Comune di nascita, Traversetolo, in provincia di Bologna, gli intitolò una via e solo a cose fatte l’amministrazione, di sinistra, si accorse che si trattava di un fascista.

Il punto dirimente della faccenda sta proprio nell’uccisione di Mori. Per il figlio Renato si trattò di un agguato. Raggiunto dal Corriere.it racconta, fonti storiche alla mano:

“C’erano spie tra i bersaglieri. Riferivano ai partigiani, anche ai titini. Che vennero a sapere del passaggio di mio padre in sidecar lungo una strada della val Beccia. Doveva portare dei documenti al comando. Ma sia lui che il suo motociclista – il bersagliere Costantino Di Marino che ha ugualmente ricevuto il riconoscimento alla memoria assieme ad altri repubblichini del reparto comandato da Mori caddero nell’imboscata. E i loro cadaveri furono fatti a pezzi. Mio padre combattè esclusivamente contro i titini e si oppose ferocemente, assieme ai suoi soldati, alle rappresaglie sui civili chieste dalla Wehrmacht. L’obiettivo militare dei bersaglieri era uno solo: la difesa dei confini italiani dall’avanzata delle forze di Tito”.

Se davvero così andarono le cose la legge che istituisce il Giorno del Ricordo è dalla sua parte:

“I fatti devono essere accaduti nelle zone del confine orientale tra l’8 settembre 1943 e il 10 febbraio 1947. E il caduto da commemorare deve essere morto per cause riconducibili agli infoibamenti: “torture, annegamenti, fucilazione, massacri, attentati in qualsiasi modo perpetrati”: il caso di mio padre”.