Parma. Botte e violenze in famiglia per una diciannovenne marocchina

di Chiara Aranci*
Pubblicato il 13 Aprile 2010 12:07 | Ultimo aggiornamento: 13 Aprile 2010 12:07

Il coraggio di una denuncia per Jamila (il nome è di fantasia) e la speranza di una nuova vita.

Per la giovane diciannovenne marocchina è la fine di una schiavitù fatta di violenze e percosse,  durato anni. Jamila, nata in Marocco ma da anni residente in Italia con la famiglia, da sempre è stata obbligata dal padre a fare una vita da reclusa e costretta ad occuparsi dei cinque fratellini più piccoli e delle faccende domestiche. Il padre le nega la scuola, la possibilità di giocare e di uscire con le amiche. Ad ogni suo tentativo di protesta scattano le botte, con la cinghia e con i cavi elettrici.

La madre vedeva tutto ma non si è mai mobilitata per la situazione della figlia. Nel luglio scorso le viene imposto il matrimonio. Lui è un uomo di venti anni più vecchio, marocchino che lei non conosce. Prova a ribellarsi ma la risposta sono solo botte.

Il matrimonio viene celebrato a casa di alcuni amici secondo il rito islamico. La coppia poi si trasferisce nella provincia di Como. Jamila  è vergine e non vuole concedersi a quell’uomo che non ama. Ma non c’ è via di scampo e da luglio viene ripetutamente violentata e percossa dal marito. Non esce di casa se non accompagnata dal marito. In un ultimo pestaggio l’uomo, un carpentiere irregolare, le lascia il braccio viola segnato da lividi. Teme una denuncia e la porta a casa dei genitori nel parmense per il tempo necessario a farle passare i segni delle percosse. Ai genitori spiega che non si comporta da brava moglie per questo la violenza. Loro danno ragione all’uomo. Per Jamila sembra non esserci nessuna via di salvezza. Rientra a casa con il marito ma a gennaio in un momento in cui era fuori casa, ne approfitta e corre in questura a denunciare gli anni di schiavitù, di violenza e di maltrattamenti prima in  famiglia a Parma, negli ultimi mesi col marito.

Sabato scorso la polizia, in un’operazione congiunta delle squadre di Parma e di Como, ha arrestato il padre ed il marito, il primo con accusa di percosse e lesioni e il secondo anche di violenza sessuale.

Ora Jamila è al riparo in una casa protetta, dove spera di ricominciare a vivere come una qualsiasi ragazza della sua età.

Il coraggio di una denuncia l’ha salvata forse da una fine tragica  a cui invece Hina e Sanaa, uccise dai rispettivi padri nell’agosto del  2006 e nel settembre 2009 perchè volevano solo vivere una vita secondo lo stile occidentale,  non sono riuscite a sottrarsi.

*Scuola Giornalismo Luiss