Pasqua di No: seconda casa, parco, barca, pranzo da amici e parenti. Vietati, non sconsigliati

di Redazione Blitz
Pubblicato il 11 Aprile 2020 8:59 | Ultimo aggiornamento: 11 Aprile 2020 8:59
Pasqua di No Coronavirus: seconda casa, parco, barca, pranzo da amici e parenti. Vietati, non sconsigliati

Pasqua di No: seconda casa, parco, barca, pranzo da amici e parenti. Vietati, non sconsigliati (Foto d’archivio Ansa)

ROMA – Pasqua di No, se non vogliamo invitare a pranzo coronavirus, se non vogliamo portare a spasso coronavirus. Coronavirus che contagia, qui e adesso, ancora quattromila persone al giorno o giù di lì.

Quattromila al giorno, ieri 3.951, italiani, persone in carne e ossa. Quattromila al giorno, ma quaranta milioni dei loro connazionali cominciano a pensare che sono a saranno sempre quattromila qualcun altro. Quindi  milioni di italiani stanno pensando di concedersi qualche sì per Pasqua.

E invece No. No alla puntata alla seconda casa, che sia al mare, in campagna o in montagna. Ma se vado a casa mia, che male faccio? Magari parto di notte…Andarsene a far Pasqua nella seconda casa è portare il contagio a farsi una gita. Ma va? Proprio io? Magari tu no e neanche lui e lui e lui…ma qualcuno sì. Di sicuro qualcuno sì, altrimenti non ci sarebbero quattromila contagi al giorno, ogni giorno.

No al parco, alla puntata lunga e un po’ stanziale al parco pubblico. No al barbecue nel parco pubblico. Non perché il parco faccia male alla salute, fa male alla salute riunirsi, sedersi insieme intorno ad una tavola allargata. Fare gruppo o anche fare ravvicinata catena di gruppi familiari all’aria aperta fa bene, tanto bene a coronavirus.

No alla barca. Come la barca? Ma se ci andiamo solo noi di famiglia…No perché la barca prima o poi torna in porto, si scende a terra, si viaggia e quindi anche la barca produce l’effetto trasporto gratis per coronavirus, lo stesso che fa la seconda casa.

No soprattutto al pranzo a casa di amici e parenti. Cioè no al pranzo di Pasqua e Pasquetta non a casa tua. Il pranzo riuniti un po’ tra noi che è più di un mese che non ci si vede è la grande occasione che aspetta coronavirus per mettersi in gran forma per maggio/giugno.

Dopo 40 giorni di più o meno tutti in casa, dopo la quasi quarantena (quasi) che gli italiani son riusciti a fare, il contagio da quattromila al giorno è soprattutto intra familiare, con pranzo di famiglia allargato a chi, parente od amico, non abbiamo visto da un mese è dargli una robusta mano, al contagio non all’amico o parente.

I No di Pasqua, lo si è detto e ripetuto, da giorni ed ogni ora. Ma lo si è detto e lo si dice male, un mal detto che indica senza tema di smentita come ci sia qualcosa che non torna, non scatta, non chiude e conclude nella psiche collettiva. Ogni servizio di Tg, ogni intervista a responsabili della cosa pubblica, ogni pubblica comunicazione usano prevalentemente le seguenti parole: invito, appello, consiglio.

Si ripete l’invito a non…Si sconsiglia…Si fa appello a non…Chissà perché non si riesce, si fatica assai a dire vietato. Vietato, non sconsigliato. Divieto, non invito. Perché si camuffa il divieto in consiglio e appello? Perché lo si fa senza che qualcuno lo comandi ma venendo naturale e spontaneo fare così? A farla dotta, perché c’è la falsa coscienza della consapevolezza che questa collettività non è in grado di rispettare davvero divieti. A farla semplice, perché si ritiene che il tono dolce convinca. 

Come che sia, a Milano, perfino a Bergamo e a Brescia si muove (e non solo per lavoro) circa il 40 per cento degli abitanti. A Roma certo di più, più a Sud meglio non calcolare. Retorica ufficiale recita e celebra il trionfo evidente  di un intero popolo disciplinato, responsabile e coscienzioso.

L’evidenza dice di un popolo disciplinato, responsabile e coscienzioso sì, fino a che un fatto, un’occasione, un bisogno, una voglia, un giudizio o un pensiero privato/familiare non gli suggerisca e legittimi un’eccezione alla disciplina, alla responsabilità, alla coscienziosità. Appunto, siamo o no il popolo dell’attimino?