Pesaro. Ragazza pachistana rapita, condannati i genitori a 2 anni

Pubblicato il 15 luglio 2010 19:05 | Ultimo aggiornamento: 15 luglio 2010 20:07

Due anni e quattro mesi di reclusione al padre, tuttora agli arresti domiciliari; due anni alla madre e pena sospesa. I genitori di Almas Mahmood, la ragazzina pachistana di 17 anni che il 18 gennaio scorso avevano rapito dalla comunità di accoglienza di Fano cui era stata affidata, sono stati condannati giovedì dal gip di Pesaro per sequestro di persona, aggravato dalle lesioni procurate alla figlia per farla salire a forza in auto.

Akatar Mahmood ha ottenuto il rito abbreviato, la moglie Nabeela Aslam ha patteggiato. Il loro difensore, l’avvocato Mauro Diamantini, si ritiene ”abbastanza soddisfatto”, perché una condanna superiore ai tre anni avrebbe potuto significare il ritorno in carcere. Ma c’é una pena senz’altro più grande che pesa su questa famiglia pachistana: Almas, la studentessa intelligente e perfettamente integrata, che vuole vivere ”all’occidentale” nonostante le imposizioni familiari, da poco è diventata maggiorenne e, nonostante i tentativi di riavvicinamento e qualche colloquio protetto, ”il padre e la madre non li vuole più vedere, tanto che per adesso gli incontri sono sospesi”.

Akatar e Nabeela le hanno chiesto scusa, hanno detto ai giornalisti che non volevano coartare la volontà della figlia, affidata dal Tribunale dei minori alla struttura di accoglienza dopo uno schiaffone del padre e ripetute vessazioni. Hanno spiegato che quel giorno l’avevano portata via, verso Roma, non per farle sposare un connazionale e ricondurla a uno stile di vita musulmano, ma per ”parlare con lei, per spiegarsi”, dopo mesi di silenzio e di approcci abortiti.

Ma Almas, così sembra di capire, vuole continuare a vivere la sua vita (per il momento ancora ospite della comunità di Cante di Montevecchio), lontano dal padre e dalla madre. Incontra abbastanza regolarmente i fratelli, un ragazzo di 16 anni, co-protagonista del sequestro, e una ragazza di 14, pure loro affidati a due centri di accoglienza in attesa che Akatar e Nabeela completino il percorso di mediazione culturale al termine del quale potrebbero forse, riottenerli in custodia.

”Speriamo per Natale, ma non so se speriamo troppo” dice l’avvocato. Protetti dalla comunità pachistana locale e ospitati dal Comune di Senigallia in una stanza con uso cucina, i due genitori sono rimasti senza figli e senza lavoro, costretti a fare i conti con le regole di una società che riconosce ai minori, ragazze comprese, gli stessi diritti degli adulti. Diamantini intanto si appresta a presentare istanza di scarcerazione per Akatar e di revoca dell’obbligo della firma per Nabeela.