Pinky, marito le dà fuoco perché “occidentale”. A Brescia

di redazione Blitz
Pubblicato il 3 Dicembre 2015 10:07 | Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2015 10:07
Pinky, marito le dà fuoco perché "occidentale". A Brescia

(Foto d’archivio)

BRESCIA – Pinky ha 26 anni, è diplomata, parla quattro lingue e lavora nello studio di un commercialista. Per questo suo marito le ha dato fuoco. Pinky si chiama in realtà Parvinder Aoulakh, è indiana ma da quando ha sei anni vive a Dello, in provincia di Brescia, con la sua famiglia.

Nel 2010 ha sposato in India un suo lontano parente, che poi è stato fatto arrivare in Italia con un lavoro che gli è stato trovato dai suoceri. Insieme a lui, la madre. E proprio lei avrebbe aizzato il figlio a punire quei costumi così poco indiani, quella, per lei, malsana voglia di lavorare ed essere indipendente.

Così il 12 novembre scorso Agib Singh ha deciso di agire, e ha devastato con il fuoco la giovane moglie. Adesso Pinky, ci informa Claudio Del Frate sul Corriere della Sera, si trova ricoverata in coma farmacologico nel reparto grandi ustionati del Gaslini di Genova. Muove a malapena una mano, ma il viso, il collo, il seno e un braccio sono devastati dal fuoco.

Dei suoi due figli piccoli, la maggiore dal 12 novembre ha smesso di parlare, il minore dice “mamma” e poi mima il gesto di azionare un accendino. Entrambi erano presenti quando il loro papà ha deciso di punire Pinky in quel modo tanto diffuso in India. 

Ma dopo quel che è successo alla loro figlia, i suoi genitori, che pure rispettano le tradizioni indiane, chiedono giustizia alla magistratura italiana: “Non vogliamo più altre Parvinder, la magistratura italiana intervenga con decisione. Altrimenti altre donne indiane faranno la sua fine”.

La stessa richiesta arriva dal fratello di Pinky, Ranjiit, consapevole che Pinky è solo l’ultima delle tante Hina, Sanaa e le altre donne italiane di fatto, uccise perché “troppo occidentali”:

“Pinky era una ragazza solare che amava i figli e la famiglia ma non voleva dipendere da nessuno e per questo voleva lavorare: amava la sua libertà e la sua autonomia. Ma il marito e la suocera non lo tolleravano. La giustizia italiana adesso dia un segnale forte, altrimenti in Italia ci saranno centinaia di ragazze che rischiano di subire quello che sta soffrendo la nostra Pinky”.