Pioltello, la lettera di un sopravvissuto: ”Mi vergogno”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 26 gennaio 2018 21:29 | Ultimo aggiornamento: 26 gennaio 2018 21:31
I soccorsi al lavoro dopo il deragliamento del treno (foto Ansa)

I soccorsi al lavoro dopo il deragliamento del treno (foto Ansa)

MILANO – Con una lettera inviata al Corriere della Sera, un sopravvissuto dell’incidente di Pioltello racconta cosa è successo e cosa ha provato in quei drammatici momenti:

“Una volta scappato dal finestrino, sento il silenzio. Anzi, le urla nel silenzio. A quel punto provo un moto di vergogna, perché mi sono preoccupato di mettermi in salvo, piuttosto che di accertarmi che le persone nel mio vagone stessero bene”.

“Ma poi – racconta ancora – mi riprendo e ripercorro il tratto verso il terzo vagone, quello piegatosi e posizionatosi innaturalmente di traverso. Prima aiuto a far scendere alcune donne da un finestrino rotto, poi cerco di consolare una signora che urla dal dolore e dal terrore. Sto per entrare nel vagone, ma il controllore ci mette in guardia sui rischi dei cavi elettrici penzolanti”.

E ancora: “Qualcuno più coraggioso di me (e qui provo il secondo moto di vergogna) entra comunque e ci coordiniamo per alleviare le sofferenze di una donna che fatica a respirare. Io faccio la spola intorno a ciò che resta del treno perché voglio capire come essere d’aiuto, ma mi rendo conto subito della mia impotenza. Rispondo ai telefoni di quelli bloccati nelle lamiere, mento sull’arrivo dei soccorsi, faccio da stampella a chi ha non riesce a camminare”.

“Cerco di consolare chi sta peggio di me – conclude – ma sono consapevole cha la cosa non basta. Per fortuna arrivano i primi soccorsi e allora, spaventato, triste e frustrato, getto la spugna e mi lascio trasportare dagli eventi. Il resto è un capolavoro di organizzazione. Riapro gli occhi e sono di nuovo fuori dalla stazione di Treviglio, curato, consolato e scaldato, e realizzo che non serve a nulla essere straordinari nel rimediare agli errori se poi si continua a “sviare” la volontà di prevenirli. E anche qui mi viene il terzo, e più grande, moto di vergogna. Da Italiano”.

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