Pisa, malato terminale rimane in pronto soccorso 25 ore per una trasfusione

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 gennaio 2018 15:21 | Ultimo aggiornamento: 22 gennaio 2018 15:21
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Pisa, malato terminale rimane in pronto soccorso 25 ore per una trasfusione

PISA – Ha atteso 25 ore in un letto del pronto soccorso all’ospedale Cisanello per avere una trasfusione di sangue. Federigo Taccola, 71 anni e malato terminale di leucemia acuta, si era recato il 4 gennaio al Centro trasfusionale ed era stato respinto per mancanza di infermieri. Unica soluzione per avere le cure di cui avere bisogno era attendere nel pronto soccorso dell’ospedale ed è lì che è rimasto per 25 ore prima di essere ricoverato. L’uomo, originario di Uliveto Terme, è morto 8 giorni dopo per complicanze di una polmonite al suo fisico indebolito dalla malattia.

Stefano Taglione sul quotidiano Il Tirreno raccoglie la testimonianza del figlio Matteo, funzionario della Filcams Cgil di Pisa, che ha spiegato come il padre avesse bisogno di continue trasfusioni per la leucemia acuta che l’aveva colpito, e racconta il calvario vissuto dalla sua famiglia all’ospedale Cisanello:

“Non è la prima volta che la famiglia di Vicopisano si rivolge al pronto soccorso di Cisanello. L’anziano fa il pendolare per mesi. «Tornando a casa pieno di lividi dopo il percorso in ambulanza», protesta il figlio. Non ha alternativa, Federigo, perché il Centro trasfusionale dell’Azienda ospedaliera «è sempre al collasso». Da fine ottobre, per ogni settimana, la stessa storia. Con il personale che, tranne in un’occasione, gli ripete sempre di non poterlo accogliere. E che l’unica alternativa è andare al pronto soccorso.

Anche se le sue condizioni non sono per niente rassicuranti e sarebbe meglio svolgere tutto rapidamente, senza il via vai in mezzo alle barelle. «Aspettavamo il turno per almeno otto ore – ricorda il figlio Matteo, una presenza fissa per lui, insieme alla madre – mentre il 4 gennaio l’attesa è salita a oltre un giorno, perché gli è venuta la febbre alta e doveva essere ricoverato. Eppure, al Centro trasfusionale, ce la saremmo cavata sempre in un’ora. Purtroppo, il personale mi diceva che non c’erano stanze nemmeno per la chemioterapia. E allora cosa vuoi fare… allarghi le braccia e ti rassegni»”.

Il figlio Matteo sottolinea di non avercela né con i medici, né con gli infermieri, che ringrazia per l’umanità e la professionalità, ma con un sistema che non riesce a soddisfare i bisogni dei pazienti. Inoltre il dubbio dell’uomo è che il contatto ravvicinato del padre con altri pazienti abbia peggiorato le sue condizioni:

“È arrabbiato, e tanto, da quando ha letto che i vertici dell’ospedale – rispondendo alle domande del Tirreno in un articolo pubblicato il 17 gennaio – scrivevano che solo «in questi giorni» il servizio aveva «subìto una temporanea riduzione». «Non è vero – rimarca Taccola – i problemi ci sono da mesi, almeno da fine ottobre. Ho assistito inerme all’odissea di mio padre e più volte abbiamo chiesto se ci fosse la possibilità di ricoverarlo, anche in day hospital, per effettuare le trasfusioni in un ambiente un po’ più tranquillo, ma la risposta dei medici è stata sempre negativa».

Due le ragioni: «Sia per problemi di carenza di letti – sottolinea – sia perché da un punto di vista medico era opportuno che mio padre non rimanesse in ambiente ospedaliero a causa del rischio infezioni causato dalle sue basse difese immunitarie. Quest’ultima giustificazione ci è sempre parsa contraddittoria – ammette il funzionario della Cgil – soprattutto vedendo come mio padre fosse a contatto con decine e decine di pazienti ogni volta che si recava al pronto soccorso, protetto solo da una semplice mascherina”».