Cronaca Italia

Via Poma: dal sangue di Simonetta Cesaroni e del suo killer l’inchiesta riparte

Via Poma: dal sangue di Simonetta Cesaroni e del suo killer l'inchiesta riparte

Il telefono di via Poma: di chi è il sangue che lo ha macchiato?

La porta della stanza dove, il 7 agosto del 1990, venne ritrovato il corpo senza vita di Simonetta Cesaroni doveva essere chiusa mentre la ragazza vi si trovava dentro, insieme con il suo assassino, altrimenti sarebbe davvero difficile spiegare la presenza di tanti imbrattamenti ematici sull’anta interna, sull’anta esterna e sulla maniglia.

Antonello Barone, il fidanzato di Paola Cesaroni, sorella di Simonetta, è il primo a notare la traccia più evidente, quella sul lato interno. È proprio Paola a dirlo agli inquirenti:

“Preciso che (…), il mio fidanzato ha potuto notare, ad altezza di circa 40 cm da terra, tre strisce di sangue, come se fossero state fatte da una mano, che si estendevano per una lunghezza di circa 20 cm in senso verticale”.

Più tardi lo stesso Antonello definirà la strisciata “ancora vivida”.

Dopo aver eseguito la documentazione fotografica, la scientifica smonta la porta e la trasferisce in laboratorio. Le successive operazioni di recupero sono piuttosto complesse. Si procede con i tasselli, poi la maggior parte del materiale ematico viene prelevato con garze di cotone imbevute di acqua distillata.

Questo passaggio è importante perché nella requisitoria finale del processo di primo grado a Raniero Busco, il Pubblico Ministero Ilaria Calò, aveva detto:

“Il campione di sangue sul lato interno (quello di gruppo A), fu repertato con un unico pezzettino di cotone garza, sia sulla maniglia che sulla porta, il che ha contaminato le analisi successive”.

Insomma, secondo la Procura quel sangue non fornirebbe indicazioni attendibili perché sarebbe stato prelevato in modo scorretto.

Dopo la sentenza di condanna emessa nei confronti di Busco ho consultato le varie perizie per verificare l’affermazione della Calò.

In quella sottoscritta dai consulenti tecnici Fiori, Pascali e Destro Bisol, del 3 aprile 1991 i reperti estratti dalla porta e dalla maniglia vengono descritti in modo “distinto” l’uno dall’altro. In altre due perizie, rispettivamente di Fiori, Pascali e Cortese, del 28 aprile 1992 e di Dalla Piccola e Spinella, del 1 giugno 1992, i reperti vengono ancora descritti in modo distinto. Infine, in una più recente perizia firmata da Garofano e Lago, eseguita nel 1999, i reperti sono ancora esaminati in modo distinto. Quindi come è stato possibile formulare l’ipotesi che ci sia stato un unico prelievo? Mistero.

In verità non è l’unico. In questa brutta storia di misteri ce ne sono tanti, anzi troppi. Mi sono chiesto molte volte perché i consulenti tecnici del Pubblico Ministero abbiano scelto di non individuare il gruppo sanguigno della traccia rinvenuta sull’ascensore. Se quel sangue fosse anch’esso di gruppo A sarebbe davvero difficile pensare ad una coincidenza.

Andiamo avanti. Il frammento di cotone contenente il sangue assorbito dalla maniglia viene analizzato nel 1992 da due autorevoli ematologi, Bruno Dalla Piccola e Aldo Spinella, nominati da Pietro Catalani, il primo PM ad occuparsi del caso di via Poma. I due consulenti ritengono che quel sangue di gruppo A, appartenente ad un soggetto maschile, con DQ alfa 1.1/4, sia il risultato della commistione di due gruppi di sangue, gruppo 0 DQ alfa 4/4 uguale a quello di Simonetta e gruppo A DQ alfa 1.1/1, uguale a quello di Federico Valle. Anche per questo Catalani, il 20 maggio 1993, ne chiederà il rinvio a giudizio. L’epilogo della vicenda è noto. Valle non arrivò mai in corte d’Assise perché c’erano ipotesi, congetture, ma nessuna prova.

Tuttavia, a distanza di 24 anni dall’omicidio, occorre riconoscere che l’intuizione di Pietro Catalani era giusta. Il sangue sulla maniglia era probabilmente commisto, così come lo è certamente quello di gruppo 0, anch’esso proveniente dalla porta.

All’epoca se ne stabilì solo la compatibilità con quello di Simonetta. Il tassello, su richiesta di Lucio Molinaro, l’avvocato della famiglia Cesaroni, venne confezionato in un nylon e là restò fino agli accertamenti eseguiti a partire dal 2005.

Nonostante la scarsità complessiva di DNA, i consulenti del PM vi individuano una componente minoritaria maschile. Non riuscendo a stabilire se sia attribuibile a Raniero Busco, su incarico del PM, chiedono l’intervento dei due maggiori esperti mondiali: la professoressa Lareu e il professor Carassedo, dell’università di Santiago di Compostela. I due confermano la presenza della componente minoritaria maschile, ma affermano che non può essere comparata. Insomma l’unica cosa che si può affermare con ragionevole certezza è che nello sbaffo vi è la presenza di DNA maschile. Chi sia questo maschio non è però possibile stabilirlo scientificamente.

Si ritorna così al punto di partenza: sulla scena del crimine c’è sangue della vittima commisto con quello di un soggetto maschile. Inoltre, sempre sulla porta, ma anche sul telefono posto nella stanza di Luisa Sibilia, una impiegata dell’ufficio di via Poma, c’è sangue maschile di gruppo A. Infine nessuno ha mai voluto analizzare il gruppo del sangue ritrovato sullo specchio dell’ascensore. Eppure non ci vuole molto a capire che una comparazione con le metodiche di indagine degli anni ’90, quando non c’erano ancora le moderne tecniche di comparazione genetica, è indispensabile per ragionare su quegli imbrattamenti ematici. Sì, perché la caccia al mostro dovrebbe ripartire proprio dal sangue.

 

 

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