Porto di Genova. Cassazione: accuse infondate infangarono dei galantuomini

Pubblicato il 28 Luglio 2014 7:26 | Ultimo aggiornamento: 28 Luglio 2014 0:05
Porto di Genova. Cassazione: accuse infondate infangarono dei galantuomini

Giovanni Novi, ex presidente del Porto di Genova: un calvario di sei anni. La moglie ne morì

GENOVA – Le motivazioni della sentenza con cui la Corte di Cassazione ha definitivamente assolto l’ex presidente del Consorzio del Porto, Giovanni Novi e altri eminenti personaggi di Genova sono state diffuse a Genova nel fine settimana e negli ambienti che contano in città hanno fatto più rumore della Costa Concordia.

La Corte di Cassazione ha chiuso in modo drastico la vicenda: nulla di irregolare è stato mai commesso, i pm che hanno condotto l’inchiesta hanno sbagliato tutto. La vicenda è stata vissuta a Genova come un’onta: nessuno che conoscesse i personaggi coinvolti poteva avere dubbi su come sarebbe andata a finire; ma nello sviluppo dello scandalo, fango è stato gettato, veleni sono stati diffusi, redazioni di giornali spaccate e contrapposte, carriere sono state spezzate dal semplice sospetto lasciato a mezz’aria, senza che fosse formalizzato perché nulla c’era da formalizzare.

La cronaca di Matteo Indice sul Secolo XIX, che ha dato la notizia, è come scritta con lo scalpello:

“L’ex presidente dell’Autorità portuale Giovanni Novi, non solo non commise alcun reato nella spartizione della porzione più ambita nello scalo genovese; non solo non ricattò gli armatori Messina per “relegarli” simbolicamente in un angolo; ma – precisano i giudici della Suprema Corte – agì per il bene del porto. È tutto nero su bianco”.

Le motivazioni della sentenza sono state depositate venerdì. Si riferiscono alla definitiva assoluzione, decretata in marzo, dei

“protagonisti di quell’affaire dagli addebiti – mossi a vario titolo – di concussione, truffa, falso e abuso d’ufficio. La Procura della Repubblica di Genova aveva accusato un gruppetto di manager, avvocati e armatori d’essersi divisi l’area più appetitosa delle banchine genovesi – il terminal Multipurpose – con un papello abbozzato dall’armatore Aldo Grimaldi in persona.

“[I pm] avevano detto che la regia era stata dell’allora presidente Novi – finito per alcune settimane ai domiciliari – e che ci avevano guadagnato in primis la Compagnia unica dei camalli guidata da Paride Batini (mancato nel 2009) e pure l’imprenditore Aldo Spinelli, oltre allo stesso Grimaldi. Intorno avrebbero tramato l’ex segretario generale di palazzo San Giorgio Alessandro Carena, il consulente e docente Sergio Maria Carbone, l’allora dirigente Filippo Schiaffino e l’avvocato dello Stato Giuseppe Novaresi.

“Dopo averli assolti, la Cassazione demolisce definitivamente con le motivazioni qualsi- asi impianto accusatorio. La Cassazione precisa in primo luogo che la “spartizione” non fu illegale, e che la gara pubblica non era imprescindibile.

«I giudici di merito non hanno richiamato la circostanza di fatto che, già il 18 dicembre 2003, con una lettera indirizzata a tutti i membri del Comitato portuale, Ignazio Messina aveva espressamente accusato l’allora presidente Giuliano Gallanti di voler accogliere ad ogni costo la proposta della compagnia Msc, affidandole l’intero compendio, e dunque di voler condizionare e indirizzare unilateralmente l’intera gara. Nella stessa lettera, egli suggeriva una serie di alternative, fra cui quella di assegnare a tale società un’area più facilmente accessibile per le sue grandi navi, ossia calata Bettolo [ipotesi contemplata proprio nel papello poi messo nel mirino dei pm]».

“La Suprema Corte è netta. Sebbene inizialmente l’Autorità portuale avesse ipotizzato una gara pubblica per dividere il Multipurpose, in assenza di offerte solide si considerò da subito, e in un periodo nel quale non c’era ancora Giovanni Novi ai vertici, la procedura «negoziale»:

«È in un contesto storico-fattuale connotato da margini di incertezza, e al quale non erano estranei incontri informali, trattative e pressioni, che si svolse la riunione del Comitato portuale del 23 gennaio 2004 (Novi non era ancora in carica), preceduta dalla riunione della Commissione consultiva, per deliberare sull’assegnazione del Multipurpose».

“Le “trame”, agli occhi dei giudici del terzo grado, facevano insomma parte del gioco e vi partecipavano un po’ tutti, compresi coloro che poi avrebbero detto d’essere stati estromessi in malo modo:

«Il 16 gennaio 2004, ad esempio, un quotidiano pubblicò la notizia di un incontro, non smentito dai diretti interessati, svoltosi in Ginevra il giorno precedente tra Gianluigi Aponte, patròn di Msc, ed esponenti della famiglia Messina, finalizzato a farlo rinunciare alla gara».

“E ancora: quando Novi, dopo il suo insediamento, proseguì nella procedura negoziale «nel cui senso ci si era orientati in maniera evidente», ottenne «il plauso generale» del Comitato portuale, l’organismo delegato a prendere le decisioni più delicate sulla gestione dello scalo. Riallacciandosi a questi aspetti – decisivi nel far cadere il reato di turbativa d’asta – ecco che [i giudici della Cassazione] cancellano l’ombra del ricatto, una «concussione», ai Messina.

“Già nelle motivazioni del primo grado, si legge quindi nelle motivazioni della Cassazione,

«sono stati specificamente posti in rilievo i diversi profili che, in punto di fatto, evidenziavano la contraddittorietà delle dichiarazioni rese dai Messina stessi riguardo alle modalità di svolgimento della riunione promossa da Novi presso l’Autorità portuale l’1 aprile 2004, il cui esito vide la sottoscrizione di un accordo di spartizione delle aree demaniali del porto».

“Non solo. Ancora i giudici ricordano «il plauso manifestato da Ignazio Messina all’iniziativa di Novi, allorquando venne approvata la suddivisione delle aree nella riunione del 15 aprile 2004». Non ci furono «agguati», semmai «una trattativa senz’altro animata, cui probabilmente non risultò estraneo l’utilizzo di espressioni un po’ forti e non solo da parte della presidenza».

“E quella stessa trattativa venne sì «promossa e condotta dall’Autorità portuale», ma «stimolata e partecipata dai soggetti interessati, fra i quali i Messina, e culminata con un accordo dagli stessi sottoscritto come se fosse una loro autonoma proposta e non imposto».

“L’ultimo addebito-clou mosso a Novi e ad altri imputati era quello di aver fatto entrare la compagnia Tirrenia nella suddivisione degli spazi per garantire in modo illegale un costante introito ai lavoratori della Compagnia unica [i camalli]. E in generale di averli favoriti con un pagamento non regolare durante la loro gestione transitoria del Multipurpose [erano i presunti abuso d’ufficio e truffa].

«Non è emerso alcun elemento dimostrativo dell’esi- stenza di un ingiusto vantaggio patrimoniale conseguito dalla Compagnia Unica». Vale addirittura l’opposto: se Novi non si fosse comportato in quel modo «in una situazione contingente da altri determinata, avrebbe potuto compromettere l’obiettivo (realizzato anche grazie alla predetta Compagnia) del mantenimento dei traffici portuali che facevano riferimento proprio al Multipurpose».

Raramente, conclude Matteo Indice,

“la Cassazione entra così tanto nel merito dei processi. E nel farlo, sette anni dopo il polverone, riscrive completamente l’inchiesta sul porto di Genova”.