Portofino. Villa Altachiara, maledetta da Tutankhamen all’asta, nessuno la vuole

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 settembre 2014 7:00 | Ultimo aggiornamento: 1 settembre 2014 23:07
Portofino. Villa Altachiara, maledetta da Tutankhamen all'asta, nessuno la vuole

Portofino. Villa Altachiara, maledetta da Tutankhamen all’asta, nessuno la vuole

GENOVA – Villa Altachiara, la residenza a picco sul mare sulla punta di Portofino che fu teatro nel 2001 della morte di Francesca Vacca Agusta, tornerà all’asta in ottobre al tribunale di Genova con un prezzo iniziale di 34 milioni di euro. Lo si legge sul sito di Casa.it, a quanto riferisce l’agenzia di stampa Ansa.

La villa, ha resistito a 4 incanti, l’ultimo nel gennaio 2014, quando si era anche parlato dell’interessamento di Roman Abramovich, il magnate russo che aveva anche fatto fare un sopralluogo dell’immobile da intermediari.

Villa Altachiara è considerata una delle più belle del Mediterraneo. Edificata da un inglese, lord Carnavon, nel 1874, ha eliporto, piscina, palestra, un accesso privato dalla famosa piazzetta di Portofino ed è circondata da un parco di 3 ettari.

Villa Altachiara è cupamente e tristemente nota perché è la casa dove trovò la morte, in circostanze ancora avvolte dal mistero, nel gennaio 2001 la contessa Francesca Vacca Agusta, la miliardaria vedova del conte Agusta, proprietario, prima di Finmeccanica, della omonima fabbrica di elicotteri.

Franco Manzitti ha così ricostruito per Blitzquotidiano

“quel giallo di Portofino che continua a racchiudersi in un fazzoletto di Paradiso: il cancello della villa, il giardino da sogno, la piscina, il bosco di ulivi e piante tropicali, una specie di quinta perfetta per nascondere tutto, la casa bianca con le sue vetrate aperte sul giardino, troppo aperte nella notte in cui tutto cominciò nel tardo pomeriggio dell’8 gennaio 2001.

Francesca aveva passato un’altra giornata difficile delle sue ultime, depressa, intontita, furibonda per la lontananza di Maurizio Raggio, il suo amante, che era in Messico, con un’altra donna, messicana, la nuova fidanzata. Anche Francesca aveva un altro fidanzato che era nella villa con lei, guarda caso anche lui messicano, Tirso Charazo, un marcantonio dall’aspetto gentile, la carnagione scura, un gran sorriso sul volto: e chi più fortunato di lui a diventare l’ultimo uomo della ricca Francesca, lui un hombre senza molta plata in patria, senza mestiere, che faceva il cavalier servente della contessa, triste perchè il giovane Maurizio amava un’altra ma sapeva ricompensarlo.

Magari scrivendo il suo nome nei testamenti che continuamente vergava e correggeva, quasi consapevole della fine vicina, uno, due, tre, quattro testamenti, un po’ per Raggio e un po’ per Tirso quando si incazzava con Maurizio, un guazzabuglio coperto da notai compiacenti, che poi sarebbe diventato la lite tra Maurizio e il messicano, fino a una pace clamorosa a una spartizione perfetta tra i due, alla faccia di tutti gli altri, in primis il fratello di Francesca e Rocki Agusta, protagonista più o meno inconsapevole di questo enorme raggiro.

Diranno poi le perizie di un processo mai interamente celebrato che quella finestra era aperta nella serata di pioggia e che la turbata Francesca uscì sul prato e lo attraversò, in un gioco che spesso faceva quasi per farsi venire a salvare da qualcuno nelle sue turbe di depressione. O arrivava Maurizio, o ci pensava Tirso o la bella trentenne Susanna Torretta, una giovane dama di compagnia (si può definire così) che viveva spesso nella villa, amica giovane di Francesca, poi dopo la tragedia divenuta temporaneamente famosa per qualche talk show e per l’immancabile “Isola dei famosi”.

Quella sera non arrivò nessuno e Francesca scavalcò il basso parapetto che fa da confine tra il giardino e la scogliera e si acquattò dietro in quel gioco a nascondino che spesso faceva e che quella notte diventò tragico. Terreno bagnato, foglie bagnate, il prato divenne uno scivolo perfetto e il corpo della contessa volò in acqua nel mare scuro di Portofino sotto il Promontorio. La cercarono per una notte, in giardino, nel bosco, ovunque, telefonarono a Raggio, che se la spassava in Messico e che prese il primo volo ancora prima che fosse lanciato l’allarme alla polizia. Disperazione e mille sospetti anche perchè quel corpo in vestaglia e ciabatte era sparito nel nulla.

Poi il giorno dopo le acque restituirono la vestaglia che galleggiava in mare e Raggio, disperato, fece la sua sceneggiata, correndo come un pazzo sotto l’occhio delle telecamere dal bordo alla villa per vedere la prova della tragedia. Otto giorni dopo il corpo sfatto dall’acqua della contessa Francesca Vacca Agusta, spuntò sulla costa Azzurra, vicino a Tolone. Le correnti le avevano fatto fare quel tragitto classico per chi cade in mare nel Golfo di Genova, in determinate condizioni di vento.

E incominciò la bagarre. Prima sul perchè della tragedia: era caduta da sola, qualcuno l’aveva spinta e perchè? Era un suicidio, un omicidio, una disgrazia? Una inchiesta penale italiana e un’altra molto più labile in Francia, dove il corpo era stato ripescato, sposarono la tesi della disgrazia e non ci fu verso di cambiarla”.

Ma l’ombra di una maledizione dominante risale agli anni ’20 del novecento, quando la villa apparteneva all’erede del costruttore Henry Herbert Lord Carnavon, suo figlio George.

George Herbert, quinto lord Carnavon, è l’egittologo che scoprì la tomba di Tutankhamen, il “faraone bambino”, morto a 19 anni in circostanze misteriose, forse in un banale incidente di caccia oppure ucciso da un complotto di sacerdoti e ministri.

La tomba di Tutankhamen fu scoperta nel novembre 1922. Era intatta, conteneva migliaia di pezzi e il sarcofago del faraone, 200 chili d’oro incrostati di lapislazzuli, turchesi e corniole.  Fu una profanazione: il sarcofago aperto a colpi di scalpello, la mummia violata.

Qui nacque la leggenda nera della maledizione di Tutankhamen: quando nell’aprile ’23, a 5 mesi dalla scoperta della mummia, in un ospedale del Cairo, lord Carnavon morì in seguito alla puntura di un insetto e all’infezione polmonare che ne conseguì.

Su D, la Repubblica delle donne, nel 2001 Marco Fini rievocò e ricostruì la vicenda:

“Nell’immaginario del popolo di Portofino, Altachiara diventa la villa del faraone risvegliato dal suo sonno eterno. Chi la tocca può morire. Qualche morto c’è stato, ma i fantasmi si moltiplicano e sovrappongono. Contro tutte le evidenze si vuole che il primo proprietario sia scomparso lì, pare accertato solo che due ospiti inglesi della villa siano stati ripescati in mare dopo essere precipitati dalle scogliere.

Su un fatto concordano anche varie fonti inglesi: una giovane donna parente diretta di lord Carnarvon sarebbe, in tempi recenti, letalmente scivolata sulle scale di Altachiara.

In realtà l’unica erede Carnarvon che abbia frequentato assiduamente Portofino, dopo la scomparsa dello scopritore di Tutankhamen, è la figlia Evelyn Herbert, che era insieme al padre nella prima visita alla tomba del faraone. Evelyn (morta nell’80 a 79 anni) trascorrerà lunghi periodi ad Altachiara, a partire dagli anni ’30, respingendo qualsiasi richiesta di acquisto e solo cedendo in affitto la villa a due personaggi d’eccezione come Riccardo e Cesarina Gualino”.

Riccardo Gualino, pioniere dell’industria italiana, dalla Snia Viscosa alla Lux Film, finì nei guai, negli anni ’30 e mandato da Mussolini al confino, proprio nel periodo in cui aveva preso in affitto villa Altachiara.