Prospero Gallinari. Il commando di via Fani oggi: morti, vivi, latitanti

Pubblicato il 15 gennaio 2013 11:36 | Ultimo aggiornamento: 15 gennaio 2013 11:44
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Roma 16 marzo 1978: morto Gallinari, che fine hanno fatto i complici del commando Br che a Via Fani rapì Moro e trucidò la scorta?

ROMA – Con la morte di Prospero Gallinari scompare un pezzo di storia tragica del nostro Paese, il brigatista contadino, mai pentito, mai dissociato, un irriducibile della lotta armata. Cui, alcuni siti antagonisti hanno tributato deliranti parole di saluto e commiato: sul web la memoria storica balbetta quando non tace e l’assassino diventa eroe, la vittima un incidente di percorso. Gallinari per anni si era attribuito la responsabilità materiale dell’esecuzione di Aldo Moro (che poi venne accollata sulle spalle di Gennaro Maccari, peraltro già morto), culmine della parabola brigatista e spartiacque storico della tribolata repubblica italiana. Che fine hanno fatto gli altri componenti del commando che a Via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, rapì il segretario della Democrazia Cristiana e trucidò i cinque uomini della scorta?

Mario Moretti. Per anni il capo delle Br, partecipò all’agguato, bloccò con la sua 128 il corteo di auto del dirigente democristiano. Arrestato nel 1981, condannato a 6 ergastoli, non si è mai dissociato. Si attribuì anche lui la responsabilità del colpo che finì Moro, forse per mitigare la durezza del carcere per Gallinari che soffriva di salute. Dal 1994 gode della semilibertà.

Rita Algranati. Era quella “armata” di un mazzo di fiori: doveva segnalare il passaggio delle auto con Moro. Primula rossa per 25 anni, ha fatto perdere le sue tracce tra Sudamerica e Africa, finché non è stata intercettata in Algeria dal Sisde. Espulsa, dal 2004 sconta l’ergastolo nelle patrie galere.

Barbara Balzerani. Alla guida di un’altra 128 (il piano venne definito di “geometrica potenza”) era la compagna di Moretti di cui per un periodo ereditò anche la leadership dopo la sua cattura, scontrandosi con l’ala movimentista di Senzani. Arrestata nel 1984, condannata all’ergastolo, non si è mai pentita anche se si è spesa per criticare il ritorno di fiamma delle nuove Br dei delitti D’Antoni e Biagi. In libertà condizionale dal 2006, è libera dal 2011.

Bruno Seghetti.  Guidava la macchina dove fu caricato Moro, ha partecipato ad altre azioni omicide. Condannato all’ergastolo, ottenne la semilibertà nel 1999 che in seguito gli fu revocata.

Raffaele Fiore. Descritto come un duro, feroce nelle azioni, faceva parte del gruppo di fuoco. Sparò ma la mitraglietta gli si inceppò quasi subito. Fu lesto a trascinare Moro fuori dalla sua auto. E’ lui che colpì a morte l’avvocato Croce e il giornalista Casalegno. Arrestato nel 1979, mai pentito, è tornato libero nel 2006.

Alvaro Lojacono. Figlio di un economista del Pci, cittadino italo-svizzero, l’ha fatta franca. Algeria, Brasile, infine la Svizzera: condannato nel 1989 dalla Corte d’Assise del Canton Ticino è fuggito in Corsica, da dove è stato impossibile estradarlo.

Valerio Morucci. Capo del servizio d’ordine di Potere Operaio, partecipò appena entrato alle Br al commando omicida. In conflitto con la linea Moretti, cercò, insieme alla compagna Faranda, un modo per salvare lo statista.  Arrestato un anno dopo, si dissociò nel 1985 e iniziò a collaborare. E’ libero dal 1994.

Franco Bonisoli.  Sparò più di tutti a Via Fani. Poco tempo dopo gambizzò Montanelli, di cui divenne infine addirittura amico. Arrestato già nel ’78, prese l’ergastolo, si dissociò e da anni è libero. Collabora con la diocesi di Milano.

Germano Maccari. L’ultimo ad essere acciuffato, fino al 1993 non era nemmeno sospettato. Era il “quarto uomo”, accreditato della freddezza necessaria per sparare a sangue freddo a Moro, freddezza che sarebbe mancata a  Moretti e Gallinari. Subito dopo l’omicidio si ritirò a vita privata finché non fu arrestato e condannato a ventitre anni di carcere. Reo confesso, è morto in cella di infarto nel 2001.

Alessio Casimirri. Militante di Potere operaio, gestore di un’armeria. Mai arrestato, nel 1982 fuggì in Nicaragua, dove ha combattuto con i sandinisti, ha aperto un ristorante, si è risposato, ha preso la cittadinanza non verrà mai estradato.