Raffaele Fitto, chiesti in appello 4 anni e 10 mesi per peculato

di redazione Blitz
Pubblicato il 25 luglio 2015 1:20 | Ultimo aggiornamento: 25 luglio 2015 1:20
Raffaele Fitto, chiesti in appello 4 anni e 10 mesi per peculato

Raffaele Fitto, chiesti in appello 4 anni e 10 mesi per peculato

BARI – Presunto peculato relativo all’utilizzo del cosiddetto Fondo del Presidente. E’ l’ipotesi di reato che potrebbe costare all’ex governatore della Puglia Raffaele Fitto una condanna a 4 anni e 10 mesi di reclusione. È quanto chiedeva la Procura di Bari nel processo La Fiorita, ma da quell’episodio Fitto fu poi assolto. Ed è quanto oggi torna a chiedere il sostituto procuratore generale presso la Corte di Appello di Bari, Donato Ceglie.

Il pg, infatti, pur avendo chiesto alcuni mesi fa il non luogo a procedere per prescrizione di tutti i reati, ha oggi precisato che la sua requisitoria non costituisce rinuncia ai motivi di appello. Per dirlo in altri termini, la Procura Generale ha proposto alla Corte due alternative: che Fitto venga condannato, così come chiesto dal pm di primo grado nell’impugnazione della sentenza di assoluzione; o che quel reato venga derubricato da peculato in abuso d’ufficio, cadendo quindi in prescrizione, così come chiesto da lui nella requisitoria di marzo.

Per il difensore, l’avvocato Francesco Paolo Sisto, “il procuratore generale ha voluto compiere un atto di cortesia nei confronti del pm di primo grado al di là del proprio pensiero”. I fatti contestati in questo processo si riferiscono agli anni 1999-2005, quando Fitto era presidente della Regione Puglia. In primo grado, nel febbraio 2013, il Tribunale di Bari aveva condannato Fitto a 4 anni di reclusione, riconoscendolo colpevole dei reati di corruzione, illecito finanziamento ai partiti e un episodio di abuso d’ufficio. Fatti questi ora tutti coperti da prescrizione. Era stato invece assolto dai reati di peculato e da un altro abuso d’ufficio. La Procura di Bari aveva poi impugnato la sentenza chiedendo che Fitto fosse condannato anche per il peculato.

Al centro del processo l’appalto da 198 milioni di euro per la gestione di 11 Rsa, vinto dalla società dell’imprenditore romano Giampaolo Angelucci (chiesto il non luogo a procedere per prescrizione rispetto ai 3 anni e 6 mesi del primo grado) e la presunta tangente da 500mila euro data da Angelucci sotto forma di illecito finanziamento al partito di Fitto La Puglia Prima di Tutto. Nella requisitoria l’accusa aveva chiesto inoltre la conferma della condanna per 10 dei 23 imputati nel processo. La sentenza sarà emessa il prossimo 29 settembre.