Raggi toglie alla Caritas monetine Fontana Trevi. Poi s’informa e scopre ci rimettono tutti

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 14 gennaio 2019 13:18 | Ultimo aggiornamento: 14 gennaio 2019 17:05
Fontana di Trevi

La Fontana di Trevi (Foto Ansa)

ROMA – Scontro politico e grande imbarazzo col Vaticano per, letteralmente, degli spicci. E’ quello che accade in Campidoglio dopo la decisione di togliere alla Caritas le monetine che ogni anno milioni di turisti lanciano nella Fontana di Trevi. Scontro ed imbarazzo che rischiano di portare quelle monetine, che ogni anno fruttano più o meno un milione e mezzo di euro, comunque a progetti di solidarietà, ma attraverso la pubblica amministrazione e non più i volontari. Operazione per cui immaginare i risultati non serve certo John Maynard Keynes.

Dall’epoca dell’amministrazione Rutelli, le monete lanciate nella celeberrima fontana sono, grazie ad una convenzione, destinata alla Caritas. Caritas che si impegna anche nel conteggio delle monetine e che opera, come sua natura, attraverso volontari e spende quindi, quello che dalla fontana raccoglie, per mense e altri servizi di assistenza sociale a Roma e non solo. La suddetta convenzione era scaduta già lo scorso anno ma, la giunta Raggi, l’aveva prorogata per un altro anno. L’idea del Comune, almeno a giudicare dall’atto approvato in giunta il 28 dicembre, era ora quella di affidare la raccolta delle monetine ad Acea e poi dividerle: una parte sarebbero state reimpiegate per il restauro dei monumenti, l’altra per fini sociali. Bypassando, però, la Caritas. Già ad ottobre 2017 una memoria di giunta aveva stabilito infatti di “internalizzare” la gestione delle monete in capo al Comune per destinarle a iniziative benefiche.

E di recente un’altra memoria aveva indicato in Acea “il soggetto da incaricare” per il prelievo delle monete e aveva prospettato questa soluzione: “Il ricavato della raccolta dovrà essere destinato, al netto di quanto necessario alla copertura delle spese dell’addendum contrattuale con la società Acea, in misura prevalente al finanziamento di progetti sociali e per la restante parte alla manutenzione ordinaria del patrimonio culturale”. Lo stesso Campidoglio aveva poi deciso – come detto – di prorogare l’attuale sistema per tutto il 2018 al fine mettere a punto il nuovo meccanismo. Che, però, al momento non è ancora stato definito.

Ora tutti i romani sanno che la qualità e l’efficienza dei servizi comunali non è esattamente quella di un paese scandinavo ma, anche si trattasse di Oslo e non di Roma, è evidente che quando si opera attraverso il volontariato i costi sono diversi, più bassi per il semplice motivo che la mano d’opera non si paga. Se fossero invece impiegati comunali o mense pagate dal Comune a fornire, ad esempio, pasti ai senzatetto, questi andrebbero pagati e del milione e mezzo letteralmente raccolto dall’acqua una bella fetta finirebbe, giustamente per carità, negli stipendi dei lavoratori coinvolti. Un particolare evidentemente sfuggito agli occhi della giunta e del Campidoglio che avevano decisi imboccato questa strada.

Ora però, il fuoco delle critiche incrociate e l’imbarazzo della sindaca, che o non sapeva o ha cambiato idea, hanno aperto la via alla ricerca di mezze o intere vie d’uscita. Tra le ipotesi che ad oggi sembrano prevalenti c’è quella di lasciare alla Caritas la gestione degli introiti da destinare a progetti sociali specifici. Per la serie tanto rumore per nulla.