Raniero Busco, la Cassazione: “Non ci sono prove contro di lui”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 settembre 2014 16:05 | Ultimo aggiornamento: 24 settembre 2014 16:06
Raniero Busco, la Cassazione: "Non ci sono prove contro di lui"

Raniero Busco, la Cassazione: “Non ci sono prove contro di lui”

ROMA – Le prove contro Raniero Busco non c’erano, la condanna in primo grado si basava solo su congetture: per questi motivi la Cassazione ha prosciolto definitivamente Busco dall’accusa di aver assassinato Simonetta Cesaroni a Roma nel 1990.

I giudici di Cassazione spiegano le motivazioni della sentenza in 30 pagine. Ad avviso della Suprema Corte il verdetto di proscioglimento di Busco emesso dalla Corte d’Assise d’appello di Roma il 27 aprile 2012 risponde alle regole della “congruità e completezza della motivazione” ed ha una “manifesta logicità”. In particolare – scrivono i supremi giudici – “si dimostra la insostenibilità”, in mancanza della prova di un morso sul seno di Simonetta, della tesi “della sua attribuzione a Busco e dell’origine salivare del Dna presente sui capi di vestiario repertati”.

Il verdetto di primo grado ricostruiva il delitto in maniera “suggestiva, ma ampiamente congetturale in ordine a vari aspetti”. Tra le circostanze date in primo grado per ‘pacifiche’ invece ritenute solo di ordine “congetturale” anche dagli ‘ermellini’, la Suprema Corte annovera: “l’effettuazione della telefonata da Simonetta a Busco all’ora di pranzo” del 7 agosto 1990, “il contenuto di tale telefonata, la conoscenza da parte di Busco del luogo dove Simonetta lavorava, la spontaneità della svestizione da parte della vittima, l’autore dell’opera di ripulitura della stanza, le modalità e i tempi di tale condotta, il movente dell’omicidio, la falsità dell’alibi da parte dell’imputato”.

“Non c’è nessuna prova” che il segno sul seno di Simonetta Cesaroni sia dovuto “ad un morso” nè che tale morso sia “attribuibile” a Raniero Busco. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni del proscioglimento dello stesso Busco. I supremi giudici ricordano che il prof.Carella Prada, “l’unico professionista che aveva esaminato il cadavere, non aveva affatto affermato con certezza che quei segni fossero stati prodotti da un morso; nè in sede di verbale autoptico, nè in sede di escussione dibattimentale”.

Per quanto riguarda il morso, la cui attribuibilità a Busco è la tesi che esso sia stato dato sulla scena del delitto, circostanze che facevano da perno alla condanna emessa in primo grado nei confronti dell’imputato, la Cassazione rileva che la tesi del morso era solo “un’ipotesi (non l’unica) e i pareri indicano una compatibilità tra i segni sul corpo della vittima e la dentatura di Busco”.    “Come si vede – prosegue la Cassazione – si tratta di due passaggi diversi (attribuibilità dei segni ad un morso; attribuibilità del morso a Busco) per nessuno dei quali viene espressa una certezza di carattere scientifico”.

Invece, osserva la Cassazione, sia il ricorso del procuratore generale della corte d’appello di Roma sia quello dei familiari della vittima contro il proscioglimento di Busco, presentano come “una certezza espressa da tutti i consulenti (perfino quello della difesa dell’imputato)” che il segno sul seno è un morso e che il morso è stato dato da Busco.    Infine la Suprema Corte ricorda che di questo non provato morso manca del tutto la traccia dei segni dell’arcata dentale “opponente” e la circostanza rende “evidente il pericolo di giungere a conclusioni abusive”.