Rapina, la barista vuole lasciare Fiumicino: “Ho paura per me e per mio figlio”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 febbraio 2014 12:19 | Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2014 12:20
Rapina, la barista vuole lasciare Fiumicino: "Ho paura per me e per mio figlio"

Rapina, la barista vuole lasciare Fiumicino: “Ho paura per me e per mio figlio”

ROMA – La barista romena di 39 anni, che ha ucciso con un colpo di coltellaccio da porchetta un rapinatore armato che la minacciava in un corpo a corpo, ora ha paura e vuole cambiare zona, lasciare Fiumicino, il paese vicino all’aeroporto di Roma, e il bar dove lavorava:

“I parenti e gli amici del rapinatore morto non mi faranno più vivere in pace. Spero che la polizia ci protegga, come sta facendo ora. So che quel rapinatore è morto proprio nel giorno del suo compleanno. Non avrei voluto ucciderlo, ma mi sono dovuta difendere. Ho saputo che abitava in via Ugo del Curto a Fiumicino vicino al bar dove lavoro. Non so se tornerò a lavorare lì. Credo che insieme a mio marito e mio figlio andremo via da Fiumicino”,

ha detto a Emilio Orlando di Repubblica.

La tragica serata di giovedì 13 rivive così nelle parole della donna:

“Avevo la pistola a pochi centimetri dal viso, continuava a urlare che mi avrebbe ammazzata, ero terrorizzata: ho salvato la mia vita da una morte sicura. Adesso però ho paura di vendette e rappresaglie anche contro la mia famiglia”.

Teatro un bar di via Hermada 109 a Fiumicino. Lì la donna, che

“lavora come banchista, ha ucciso con una coltellata il rapinatore dopo aver scansato dal volto la pistola che impugnava Manuel Musso, che insieme al complice Cristian Ferreri di 30 anni, si era impossessato di un bottino di 350 euro minacciando di morte anche la titolare del locale. È una donna formosa, in Italia da una quindicina d’anni, madre di un ragazzo di 13 anni e moglie di un operaio edile, anche lui romeno. Gente ben integrata nel territorio”.

Parlando “un italiano perfetto”, la donna aggiunge:

“In quegli attimi concitatissimi, ho pensato a mio figlio e a mio marito, ho visto la morte in faccia, ma sono rimasta lucida, quel balordo mi spingeva e io sono caduta all’indietro nel retrobottega dove prepariamo i tramezzini. La mano dell’uomo che mi voleva uccidere tremava, una sciarpa gli copriva il viso, riuscivo però a vedere i suoi occhi iniettati di sangue. È stato in quel momento che gli ho afferrato il braccio con una mano spingendoglielo verso l’altro. Ho sentito degli spari, ho afferrato un coltello e istintivamente mi sono difesa. Quel ragazzo mi si è accasciato addosso, poi è arrivato il suo complice e l’ha portato via”.

Riferisce Emilio Orlando:

“Gli agenti del commissariato di Fiumicino agli ordini dal neo dirigente Fabio Ardis, con un passato da investigatore in Puglia, hanno ascoltato per ore la dipendente del bar insieme al sostituto procuratore della Repubblica di Civitavecchia, e hanno ricostruito la dinamica della tragica rapina anche grazie alla collaborazione di alcun testimoni oculari. Gli investigatori, al momento, sono orientati sulla legittima difesa: la dinamica della tragedia e in particolare la direzione dell’unica coltellata, una stoccata vibrata di fronte, dimostra che la barista al momento dell’aggressione era in pericolo di vita, faccia a faccia con il rapinatore armato di semiautomatica calibro 7,65 e pronto a uccidere”.