Vallanzasca “commesso buono” in un negozio, la tranquillità di Sarnico (Bergamo)

di Monica Corbellini
Pubblicato il 24 agosto 2012 12:49 | Ultimo aggiornamento: 24 agosto 2012 13:22

Renato Vallanzasca

BERGAMO – Si addensa di nubi il cielo di Sarnico, provincia di Bergamo, paese turistico di quasi 7000 abitanti sulla sponda sud del Lago di Iseo. Non sono le nubi nere della “sarnighera”, la proverbiale burrasca ben nota alle genti del lago, sponda bresciana in particolare. Sono nuvole di altra tempesta che riportano alla ribalta un Lucifero del passato, Renato Vallanzasca. Sono passati 35 anni da uno dei fatti più efferati della sua carriera criminale, quando il 7 febbraio 1977 con la sua Banda della Comasina uccise, al casello autostradale di Dalmine, gli agenti della Polizia Stradale Luigi D’Andrea e Renato Barborini. Un fatto brutale che ne impedì un altro: se i due poliziotti non si fossero messi in mezzo lasciandoci la vita, la banda avrebbe rapito, proprio a Sarnico, l’industriale bergamasco Carlo Pesenti. Oggi, anche se in forma di semilibertà, l’assassino torna ogni giorno sul luogo del delitto, ripercorre ogni giorno, dal primo agosto, il tragitto dal carcere di Bollate, dove sta scontando quattro ergastoli e 295 anni di galera, per raggiungere Sarnico, una spola quotidiana sull’A4 tra Milano e il casello di Grumello passando per Dalmine. Per lavorare. Beneficia, infatti, di un progetto di reinserimento sociale, un permesso per lavorare in un’attività commerciale del paese: commesso magazziniere in un negozio di abbigliamento in pieno centro del paese, a pochi passi dal palazzo del comune. Quasi vicino di casa del sindaco Franco Dometti, che ha appreso della presenza dell’ospite ingombrante nel comune di cui è primo cittadino proprio dagli organi di stampa, “alla faccia del ruolo di chi deve tutelare l’ordine pubblico e garantire il quieto vivere”. Non si dice contrario, il sindaco Dometti, ai programmi di recupero per i detenuti, “ci mancherebbe, sono sacrosanti!”, ma si fa portavoce della comunità mettendo l’accento sugli elementi di “incompatibilità territoriale gravissimi con la persona coinvolta che vanno al di là di tutto”.

Una presenza “inopportuna”: questo è Vallanzasca a Sarnico secondo il Prefetto di Bergamo Camillo Andreana, che ha scritto al ministero della Giustizia manifestando tutto il suo disappunto per “la illogicità della decisione, tenuto conto dei gravissimi fatti compiuti in questo territorio dove ci sono persone che piangono la morte dei propri cari, uccisi mentre servivano lo Stato, proprio da Vallanzasca”. Per ora al Prefetto nessuno ha risposto e le coscienze ribollono, i cittadini di Sarnico polemizzano, i curiosi aguzzano gli occhi e tampinano i movimenti del “bel René”: così era chiamato il bandito ai tempi in cui faceva paura, occhi azzurro ghiaccio che trafiggevano i cuori femminili quanto i bossoli delle sue pallottole colpivano vittime inermi. In una Sarnico annientata dalla calura ci si chiede se è proprio lui quello che esce dal negozio a va a mangiarsi un gelato nella vicina gelateria, se è lui quello che va a pranzo col titolare del magazzino di abbigliamento dove lavora, persona che da anni svolge attività di volontariato e che si è resa disponibile a un progetto rivolto ai carcerati, che prevede un impiego per un periodo ben definito nell’intento di dare loro l’occasione di ricostruire se stessi. Nel presente, dato che il futuro di Vallanzasca sarà comunque fatto di carcere.

Chissà se passando ogni giorno dal casello che lo vide protagonista di uno dei suoi 7 omicidi, Vallanzasca rivive ogni attimo di quel lontano febbraio 77? Oppure volta la testa, rimuovendo il pensiero e cercando un senso di se altrove? “Voglio solo sparire e lavorare”, ha commentato a stento ai cronisti che da due giorni, venuta alla ribalta la sua presenza sul Lago d’Iseo, stanno riportando Sarnico al centro dell’onda mediatica. Questa volta non c’è il clima da jet set come accaduto poco meno di un mese fa con George Clooney, presente a Sarnico per girare uno spot televisivo della Mercedes nei cantieri Riva. L’atmosfera ora è rarefatta, dalle crepe delle pietre antiche che si affacciano sul lago riemerge un passato che non si può dimenticare.

Renato Vallanzasca, il “bel René”, è stato il simbolo della vita criminale negli anni ’70. I quattro ergastoli e i quasi 300 anni di galera se li è rimediati uccidendo, rapinando, sequestrando, seminando terrore, lasciando in poco tempo dietro di se una scia di sangue impossibile da dimenticare. Una pena degna di un curriculum criminale impressionante: sette omicidi, tre sequestri e almeno 70 rapine, compiute nell’arco di circa 200 giorni, quelli intercorsi tra la sua prima evasione da adulto, il 25 luglio 1976, e la sua cattura, il 15 febbraio 1977.

Nato a Milano il 4 maggio 1950 da Osvaldo Pistoia e Marie Vallanzasca, Renato prende il nome della madre perché il padre è già sposato con un’altra donna, Rosa Pescatori. Ed è proprio con “zia Rosa”, nel quartiere del Giambellino, che cresce Renato vedendo la madre solo nel fine settimana. La sua prima volta al carcere minorile “Cesare Beccaria” aveva solo 8 anni: aveva liberato degli animali feroci dalle gabbie di un circo… Ma a quella che sembrava una bravata infantile seguiranno anni di gavetta da ladruncolo di quartiere. Il primo arresto da professionista avviene nel ’72, nel luglio del 1976 la sua prima evasione. La sua prima fuga è coperta da loschi personaggi, tutti appartenenti alla cosiddetta “Banda della Comasina” con cui nel ’76 mette a ferro e fuoco Milano. I suoi “amici” si chiamano Angela Corradi, Vito Pesce, Mario Carluccio, Rossano Cochis, Antonio Colia. Per loro Vallanzasca conia soprannomi particolari: “la suora laica2, “il drago”, “l’uomo mitra”, “l’uomo macchina”. La banda lascia dietro di sé una scia di morte: il 23 ottobre del 1976, a Montecatini, uccidono l’appuntato Bruno Lucchesi. Il 30 ottobre dello stesso anno, nel tentativo di rubargli l’auto, la banda uccide il passante Umberto Premoli. Il 13 novembre ad Andria è la volta dell’impiegato di banca Emanuele di Ceglie. Il 16 novembre a Piazza Vetra a Milano uccidono il brigadiere Giovanni Ripani, uno degli uomini migliori della volante di Milano. Infine il 7 febbraio del 1977 al casello di Dalmine uccidono freddamente due agenti della stradale: Renato Barborini e Luigi d’Andrea. Altro capitolo criminale sono i sequestri di persona, più redditizi delle rapine, tra le vittime anche la sedicenne Emanuela Trapani: i giornali dell’epoca, poi smentiti dallo stesso rapitore, raccontarono di una love story tra il sequestratore e la sua vittima.

Vallanzasca è arrestato a Roma il 15 febbraio 1977. L’anno dopo tenta di nuovo di evadere da San Vittore, usando armi che si è procurato nello stesso penitenziario. Trasferito nel supercarcere di Novara, Vallanzasca uccide un recluso, il ventenne Massimo Loi, considerato un traditore, infierendo sul suo corpo fino a decapitarlo. Evade di nuovo ma la fuga dura poco: 40 giorni.

Dei suoi 62 anni il “bel René” ne ha trascorsi la maggior parte in carcere, quasi quaranta, una trentina dei quali in regime di carcere duro, venti in isolamento. In Italia è uno degli uomini che ha scontato la pena più lunga. Oltre alla nomea di bandito spietato, al suo nome si abbina anche quello di re delle evasioni: almeno sei o sette possibili, cinque tentate, due riuscite. La più rocambolesca sicuramente quella avvenuta il 18 luglio 1987: attraverso un oblò del traghetto che da Genova avrebbe dovuto portarlo al carcere dell’Asinara in Sardegna. Ricercato e senza fonti di reddito sarà fermato a un posto di blocco neppure tre settimane dopo mentre cercava di raggiungere Trieste.

Oggi Renato Vallanzasca per la terza volta ha ottenuto l’opportunità di lavorare fuori dal carcere, dal 2008 gode infatti dei benefici dell’articolo 21, ma l’ultima sua occasione lavorativa se la bruciò per via di una donna, punto debole del bel Renato come, un tempo, le pistole. Da gennaio 2012 questo percorso è ricominciato. Dietro la sua presenza quotidiana nel negozio di abbigliamento di Sarnico c’è “il lavoro di un’ équipe- dice il direttore del carcere di Bollate, Massimo Parisi – “noi del carcere, gli educatori, gli assistenti sociali, e in magistrato di sorveglianza che ha firmato il provvedimento”. Vallanzasca esce per lavorare, deve rispettare orari e regole, è sottoposto a limitazioni; un percorso che si deve meritare e sarà oggetto di verifiche: se non osserva le disposizioni, l’articolo 21 sarà revocato.

Ma la polemica infiamma gli animi: “La decisione di inviare a Sarnico Renato Vallanzasca”, ha detto il vice prefetto Clemente Di Nuzzo, “esula dalle nostre competenze. A noi è stato solamente comunicato questo provvedimento, né abbiamo potuto solo prendere atto a cose fatte, senza che ci sia stato chiesto un parere preventivo”.

Dura – e come poteva essere diversamente?- è la reazione della vedova di Luigi D’Andrea, uno dei due poliziotti caduti a Dalmine: si sente “schifata”, non aggiunge altro. Preferisce parlare del marito: lo fa con una certa costanza anche su Facebook, dove dal gennaio 2011 ha aperto una pagina per ricordare il marito poliziotto, l’amore e il sacrificio. Sul fronte dell’opinione pubblica le battute non si sprecano: “Vallanzasca trova un lavoro, mentre i nostri figli sono disoccupati”, è il ritornello che rimbalza tra i social network e i portali della bergamasca. In paese la gente è divisa tra ragion di stato e cuore ferito, c’è chi è d’accordo e chi si lascia prendere dalla rabbia. Ma in fondo tutti sono d’accordo con il sindaco, Franco Dometti: “Occorreva informare chi di dovere per valutare le condizioni ambientali, abbiamo riaperto ferite profonde nella storia del nostro territorio”. E la superficie del lago, nel tramonto di torride giornate d’agosto, non cessa di essere increspata. Accade di rado, accade quando la tempesta passa e travolge, tormenta e risucchia in vortici le ombre del passato e le sbatte a riva, lasciando tramortiti i sensi e i sentimenti.

 

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