Sindacalisti, politici e preti: la rete di potere messa in piedi dall’Ilva a Taranto

Pubblicato il 5 agosto 2012 11:02 | Ultimo aggiornamento: 5 agosto 2012 11:02
Ilva, manifestazione sindacale a Taranto in sostegno ai lavoratori

(LaPresse)

TARANTO – Dalle carte dell’inchiesta penale sull’Ilva tuttora coperta dal segreto istruttorio, a tremare potrebbe essere tutta la città di Taranto. Stando a quello che scrive Repubblica domenica 5 agosto, “la repubblica indipendente dell’Ilva” provvedeva a tutto in città, ed aveva contatti con tutti: dagli uomini politici ai sindacalisti, dagli alti prelati ai giornalisti.

Dopo il sequestro del più grande centro siderurgico d’Europa, dalle carte dei magistrati potrebbe saltare fuori l’immagine di una città più o meno compromessa col re dell’acciaio Emilio Riva. L’indagine la coordina il pm Remo Epifani, che chiede sei mesi di proroga. Il reato è quello di corruzione in atti giudiziari.

L’indagine è basata su decine di intercettazioni telefoniche. Lello Parise inviato a Taranto per Repubblica:

“Si tratta della stessa indagine da cui il procuratore Franco Sebastio e il sostituto Mariano Buccoliero stralciano tra le dieci e le quindici intercettazioni per dimostrare che gli otto indagati accusati di disastro ambientale devono rimanere ai domiciliari perché potrebbero continuare, se fossero in libertà, a inquinare le prove. Ma ci sono altre decine di telefonate ascoltate dagli investigatori della Finanza e tuttora riservate, che raccontano della capacità di Ilva di tessere una impareggiabile rete di rapporti, ma pure dell’insistenza di chi dall’Ilva reclama piaceri, favori, un occhio di riguardo o solo un’attenzione particolare. Uomini politici che favorirebbero assunzioni, sindacalisti o ex sindacalisti che non disdegnerebbero promozioni aziendali o l’assegnazione di premi di produzione, preti altolocati che porgerebbero l’altra guancia se riuscissero a ottenere il contributo richiesto, cronisti disposti a diventare malleabili”.

Ancora Repubblica:

“Nei documenti nascosti di un processo destinato a prendere forma, si materializza lo spaccato di una comunità ostaggio nel bene come nel male dei “padroni delle ferriere”. Tutto ruoterebbe attorno alla figura di Girolamo Archinà, da ieri ex responsabile delle relazioni istituzionali di Ilva nel capoluogo ionico. Era, perfino inevitabilmente, arruolato per chiacchierare con tutti. Ma non per questo autorizzato ad alzare la voce, come fa invece col direttore generale dell’Arpa, il professor Giorgio Assennato: protesta dopo l’uscita di un dossier dell’agenzia per l’ambiente che “a suo dire porterebbe alla chiusura dello stabilimento” annotano le fiamme gialle. La conversazione telefonica risale al 21 giugno del 2010. Dodici giorni prima, un avvocato dell’Ilva, Francesco Perli, spiegava a Fabio Riva che la visita della commissione istruttoria l’autorizzazione ambientale integrata “va un po’ pilotata” e che la pignoleria di Assennato “è dettata da ambizioni politiche”. Tutto parte proprio dall’eclettico Archinà, filmato mentre consegna all’ombra di una stazione di servizio di Acquaviva delle Fonti una busta bianca al professore universitario Lorenzo Liberti. Non un professore qualsiasi, ma il consulente della procura ingaggiato per mettere a nudo presunti giochi di prestigio dell’Ilva lungo il fronte della tutela ambientale. Lo sospettano tuttavia di avere intascato denaro per 10mila euro”.

Conclude Lello Parise:

“Comincia così questa storia, tenuta insieme dalle maledette-benedette intercettazioni andate avanti per nove mesi, nel 2010. Due anni più tardi Bruno Ferrante, nuovo presidente di Ilva, taglia la testa al toro: “La società ha da oggi (ieri, ndr) interrotto ogni rapporto di lavoro con il signor Girolamo Archinà che pertanto in alcun modo e in nessuna sede può rappresentare la società stessa”. E’ la linea riveduta e corretta impressa alla multinazionale dall’ex prefetto di Milano: patti chiari e amicizia lunga. Con tutti. Per “abbassare i toni e essere meno conflittuali”.

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