Riccardo Saccotelli, reduce di Nassiriya a Mattarella: “Dopo 14 anni aspetto ancora giustizia”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 novembre 2017 12:32 | Ultimo aggiornamento: 13 novembre 2017 12:33
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Riccardo Saccotelli, reduce di Nassiriya a Mattarella: “Dopo 14 anni aspetto ancora giustizia”

ROMA – Una lettera al presidente della Repubblica per chiedere giustizia sull’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003. Riccardo Saccotelli è uno dei reduci della strage, che gli provocò ferite gravi di cui porta ancora il peso, e non riesce a trovare serenità. Saccotelli, che ora ha 42 anni e 14 anni fa ha rischiato di morire, ha scritto a Sergio Mattarella per chiedere che lo Stato trovi i responsabili della strage e che non venga dimenticata.

Il sito Leggo scrive che Riccardo ha riportato gravi ferite nell’attacco nel 2003 a Nassiriya e dopo anni di riabilitazione ancora ne porta i segni:

“Anche quando tutto è perfettamente fermo e vuoto, persino di notte nel deserto l’attentato è ancora li, nelle mie orecchie. Mentre dormo. Mentre tento di vivere una vita normale che normale non lo è più. Mentre la notte digrigno i denti fino a farli spaccare, mangiandomi le gengive, tentando di divorare l’ingiustizia di una teocratica assoluzione di uno stato che storicamente non è mai colpevole di nulla grazie all’esercizio democratico del facile abuso delle gerarchie e degli stretti vincoli nei rapporti gerarchici dell’esercizio deviato del potere che si assottiglia sempre più verso forme di eversione legale”.

Dopo 14 anni però Riccardo si sente dimenticato e chiede alla presidenza della Repubblica che sia fatta giustizia, scrivendo un lungo post su Facebook:

“La politica ha fatto di tutto per dimenticare, ci vogliono servi e non servitori e hanno abbandonato noi, uniche vittime di una guerra che nessuno voleva vedere e che invece era sotto gli occhi di tutti. Nessun membro delle istituzioni si è preoccupato delle condizioni di salute di noi reduci, banalizzando tutto come fosse un normale incidente sul lavoro. Perché al di là di questa bella analisi socio-politica, se lo stato non dimostra di esserne degno, la mia storia deve rispettosamente appartenere solo a me e non all’indegna collettività. Perché al di là dei bei discorsi da 12 novembre, è proprio grazie a Nasiriyah che quella interruzione della soluzione della continuità sociale nel paese che c’era quattordici anni fa si sia lentamente sgretolata. Perché a Nasiriyah non eravamo solo a vigilare sugli interessi economici dell’ENI, ma sul buon nome della povera gente e – mio malgrado – sulla faccia dei nostri politici e di quei rappresentanti delle istituzioni che si sono poi elevati a tutori e difensori dell’amor patrio. Piangendo in pubblico la loro disumana solidarietà senza aver neanche mai messo piede su quel territorio a me sacro. Così oggi a questo siamo arrivati: alla mercificazione persino della giustizia. Al mettere sul piatto di un sistema malato la mia richiesta di verità come in un supermercato”.

Secondo le indagini interne della Procura militare, c’era stato un errore logistico: la base italiana era stata dislocata in un complesso su una delle strade principali di Nassiriya che non poteva essere chiusa per motivi di sicurezza e questo l’aveva resa un obiettivo di Al Qaeda, ma non si è arrivati mai ad una conclusione e ora Saccotelli si chiede:

“Dopo 19 morti e 140 feriti, nessuna responsabilità è stata additata a qualcuno: sono tutti senza colpa. Nessun procedimento disciplinare. Nessuna rimozione. Solo glorificazioni, onorificenze e corse in carriera ai vertici istituzionali per chi avrebbe almeno dovuto ammettere i propri errori. E allora le responsabilità di chi sono?”.

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