Rom: 57 finti poveri a processo a Roma, tesoro restituito a quelli di Padova

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 luglio 2015 12:22 | Ultimo aggiornamento: 16 luglio 2015 12:22
Rom: 57 finti poveri a processo a Roma, tesoro restituito a quelli di Padova

Rom: 57 finti poveri a processo a Roma, tesoro restituito a quelli di Padova

ROMA – A Roma sono 57 i rom finti poveri che sono finiti a processo. Tutti avevano in banca tesoretti tra i 20mila e i 375mila euro non giustificabili e per cui il gip di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per il reato di intestazione fittizia di beni. A Padova invece il giudice si è visto costretto a restituire il “tesoro” da 500mila euro a due nomadi pregiudicati nonostante il tenore di vita sospetto.

Adelaide Pierucci sul Messaggero scrive che i rom erano finiti sotto inchiesta cn l’accusa di aver raggirato il Comune di Roma, fingendosi poveri per ottenere gratis l’assegnazione di un container:

“Ricostruzione poi crollata. Gli indagati (uno dei quali è morto e un altro è riuscito a provare che sul conto aveva il risarcimento per la morte di un figlio) infatti non hanno truffato il Comune con carte false per farsi assegnare i moduli abitativi. E’ stato il Campidoglio che non ha mai chiesto conto dei loro beni e di imperio li ha trasferiti nei campi attrezzati. L’accusa di falso e truffa così per loro è crollata, e per quei reati sono stati prosciolti.

Il pm Carlo La Speranza, titolare dell’inchiesta, aveva chiesto per tutti il proscioglimento dal reato di intestazione fittizia, tranne che per una decina di pregiudicati coi conti più sostanziosi provento, secondo l’accusa, di affari illeciti. Gli altri avevano sostenuto di avere partita Iva, di lavorare regolarmente, uno come autista di Atac.

Il gip Imperiali però ha ritenuto insufficienti le giustificazioni sui conti e quindi li ha spediti a giudizio. Se i soldi non sono frutto di riciclaggio – è stata la conclusione – significa che compatti gli indagati si sarebbero prestati a fare da prestanome per coprire altri. Nella chiusura delle indagini la procura aveva evidenziato l’acquisizione delle fonti di prova «in danno del Comune», che tra l’altro non ha mai chiesto la costituzione di parte civile”.

Così mentre a Roma si prepara il maxi processo previsto per gennaio, a Padova invece il tribunale non ha potuto confermare il sequestro dei beni a delle famiglie rom e gli ha restituito il “tesoro”, scrive Lino Lava sul Gazzettino, nonostante il tenore di vita decisamente sospetto:

“Sono tutti nomadi con tenore di vita molto sospetto. Nelle fedine penali c’è tutto quello che uno può immaginare: truffe, rapine, furti, riciclaggio, sequestro di persona e riduzione in schiavitù di minori dediti all’accattonaggio. È motivata fin sopra le righe la richiesta del pm Piccione di sequestrare l’impero dei nomadi Braidich e Duric di Correzzola (Padova): ha chiesto la misura ma i giudici del Tribunale collegiale, presieduti da Nicoletta De Nardus, non possono accogliere l’istanza: i beni che dovrebbero essere sequestrati sono stati acquistati quando i proprietari avevano la fedina penale quasi pulita”.

Case, auto e terreni che valgono circa 500 mila euro e che gli sono stati restituiti perché acquistati prima che arrivasse la “pericolosità sociale”:

“La misura patrimoniale doveva colpire Lidia Braidich, 56 anni, proprietaria dell’area in cui risiedono i tre nuclei del figlio Daniele, 39enne, di Nebojsa Duric, 51, e Verika Nikolovski, 44. Ma i difensori hanno presentato documenti per dimostrare che al momento dell’acquisto non c’era la pericolosità sociale. Un’abitazione è stata acquista anche con i soldi del nonno, “persona benestante”. Lidia ha condanne per vari reati così come il figlio Daniele, Nebojsa Duric nel 2011 è stato in carcere per riduzione in schiavitù di minori e pure la Nikolovski ha un precedente per impiego di bimbi nell’accattonaggio”.