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Ama, no beneficenza: vestiti usati se li rivendeva

di redazione Blitz
Pubblicato il 30 Settembre 2015 7:08 | Ultimo aggiornamento: 30 Settembre 2015 11:52
Roma, Antitrust multa Ama: "Abiti usati venivano rivenduti"

Roma, Antitrust multa Ama: “Abiti usati venivano rivenduti”

ROMA – Gli abiti usati raccolti nei cassonetti gialli dell’Ama non andavano in beneficenza, ma venivano rivenduti ai paesi poveri. Per questo l’Antitrust ha sanzionato l’Azienda municipalizzata Ambiente romana con una maxi multa da 100mila euro. L’accusa è di “pratiche commerciali scorrette” perché dalle scritte sui cassonetti “si poteva ritenere che la raccolta fosse per fini umanitari mentre si è accertato l’uso commerciale”.

Il racket degli abiti usati era emerso nell’ambito dell’inchiesta Mafia Capitale. In particolare per il coinvolgimento di altri due consorzi multati, Sol.co e Bastiani, per 100mila euro il primo e 10mila euro il secondo. Nelle carte dell’inchiesta di Mafia Capitale i magistrati delineano l’attività del presidente del consorzio Sol.co Mario Monge, che a giugno era stato messo ai domiciliari, proprio riguardo l’affare degli abiti usati, quelli che si buttano nei raccoglitori di colore giallo posti vicino ai cassonetti dei rifiuti. Gli abiti, si è poi scoperto, non erano usati per scopi benefici ma venivano destinati al Nord Africa e all’Est Europa. A Roma l’affidamento avveniva grazie ad Ama, l’azienda che cura la raccolta dei rifiuti urbani.

Attraverso gare ad affidamento diretto i consorzi portavano avanti la finta raccolta destinata ai poveri, indumenti che venivano invece immessi sul mercato di paesi poveri. E a Roma ciò, aveva evidenziato il gip, “non poteva avvenire senza il benestare di Buzzi”. E dunque di Carminati. Gli inquirenti hanno accertato che Massimo Carminati e Salvatore Buzzi avrebbero fatto pressioni su Ama per avere coop di fiducia che potessero occuparsi della raccolta dei vestiti. Non solo: gli abiti non venivano nemmeno igienizzati secondo le norme vigenti e venivano addirittura messi sui camion chiusi negli stessi sacchetti lasciati dai donatori. In caso di ispezione, solo alcuni sacchetti, quelli più visibili, erano bianchi e pieni di indumenti regolarmente trattati. I camion viaggiavano con una documentazione falsa.

Ma non è finita qui: a gennaio scorso un’operazione della squadra mobile di Roma ha fatto venire alla luce che la centrale di raccolta era in Campania ed era nelle mani del clan camorristico dei fratelli Cozzolino. L’operazione portò all’arresto di 14 persone perché coinvolte nei traffici illegali.

Martedì in serata Ama ha comunicato di aver ” già chiarito all’Autorità preposta che sono state messe in atto tutte le azioni volte a sollecitare i fornitori del servizio di raccolta differenziata di indumenti usati a provvedere alla collocazione di adesivi informativi conformi al modello loro fornito dall’azienda prima dell’avvio del servizio stesso”.

L’azienda fa sapere che “gli indumenti usati vengono raccolti in contenitori gialli collocati su tutto il territorio di Roma esclusivamente come frazione per la raccolta differenziata. Vengono poi valorizzati attraverso le apposite filiere di recupero, come avviene per altre tipologie di rifiuto raccolte in contenitori dedicati (vetro, carta, metalli, ecc.)”.