Roma, la disabile picchiata al bar: “Ho pensato di morire, ma non sono un’eroina”

di redazione Blitz
Pubblicato il 8 maggio 2018 10:09 | Ultimo aggiornamento: 8 maggio 2018 10:09
Roma, la disabile picchiata al bar: "Ho pensato di morire, ma non sono un'eroina"

Roma, la disabile picchiata al bar: “Ho pensato di morire, ma non sono un’eroina”

ROMA – “Hanno insultato il barista e ho risposto. Poi ho pensato di morire”. Così Simona, la disabile di 42 anni aggredita in un bar alla Romanina, periferia est di Roma, racconta la brutale aggressione subita da due esponenti del clan Casamonica. Intervistata dal Fatto Quotidiano la donna, che porta ancora i segni delle botte sul volto e sul collo, non crede di aver compiuto un gesto eroico. “Non pensavo di diventare così importante – dice –  Mi sta chiamando pure la Boldrini”.

Il giorno di Pasqua Simona ha reagito all’ennesimo sopruso da parte di due ragazzini appartenenti al clan che da oltre 30 anni spadroneggia nella borgata della Romanina. “I Casamonica so’ brutta gente – dice Simona – Non voglio che facciano del male. È gente che sta tutto il giorno al bar, davanti al tabaccaio. Non studia, non lavora. Nullafacenti”. Ecco perché quel giorno, quando il barista romeno le ha servito il caffè prima che a loro, si è sentita in dovere di difenderlo dagli insulti.

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“Era il giorno di Pasqua – racconta al Fatto Quotidiano – avevamo pranzato da mia sorella a Monte Compatri (paesino poco distante, ndr), poi siamo tornati e avevo voglia di prendere un caffè. Raggiungo in macchina il Roxy Bar. A un certo punto arrivano questi due ragazzini. Avevano evidentemente bevuto, si sentiva dall’alito anche a distanza. Non so se avevano preso altro, ma sembravano su di giri”.

“Cominciano a inveire sul barista – prosegue il racconto – poi uno di loro si gira verso di me e dice: ‘Ma guarda sti rumeni de merda’. A quel punto non mi è importato nulla e gli ho risposto: ‘Se non ti piace questo bar puoi andartene da qualche altra parte”. A quel punto i due minacciosi si concentrano su di lei: “Tu non sai chi sono io’ mi dice uno di loro. Non ci ho visto più. Ho tenuto il punto, non mi importava. Gli ho detto: ‘E tu chi saresti?’. A quel punto hanno iniziato a picchiarmi”.

Un pestaggio brutale, con calci in volto, cinghiate: “Ho pensato di morire – dice Simona – Ho pensato a mia madre, alla mia famiglia, a quanto avrebbero sofferto se fossi stata uccisa”.