Roma: il dissesto cominciò con Veltroni: “Anni di spese folli”, la Nuvola di Fuksas simbolo degli sprechi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 luglio 2015 7:58 | Ultimo aggiornamento: 27 luglio 2015 8:03
Roma: il dissesto cominciò con Veltroni: "Anni di spese folli", la Nuvola di Fuksas simbolo degli sprechi

Roma: il dissesto cominciò con Veltroni: “Anni di spese folli”, la Nuvola di Fuksas simbolo degli sprechi

ROMA – Il dissesto di Roma ha avuto inizio agli inizi del secondo millennio, cioè a partire dal 2001, quando sindaco di Roma diventò Walter Veltroni, sindaco dei circenses, nella migliore tradizione romana. Il nome di Walter Veltroni, finora citato con la consueta aureola di santità anche quando si parla del dissesto di Roma, è apparso in una luce più inquietante.

Gli anni in cui Walter Veltroni ha retto le sorti di Roma sono stati definiti “anni di spese folli e finanza creativa, debiti e inefficienze, sprechi e scandali, nebulosi e nuvolosi, nel senso di Fuskas [e della sua Nuvola], opera incompiuta dai costi sibaritici”, in un articolo di Simone Canettieri sul Messaggero di Roma dedicato a Marco Causi, che di Veltroni fu assessore al bilancio e di cui si dice sia in manovra per tornare a reggere il timone dei conti della Capitale:

“C’è un cratere che divide Causi dalla giunta Marino. Anzi, un vero e proprio buco di bilancio. Quello che in molti rimproverano a Causi, custode dei conti della Capitale sotto le giunte Veltroni dal 2001 al 2008. Anni di spese folli e finanza creativa. Di aziende municipalizzate, Atac e Ama, controllate dalla politica con risultati che sono ancora sotto gli occhi di tutti: debiti e inefficienze, sprechi e scandali.
Anni nebulosi e nuvolosi, nel senso di Fuskas, opera incompiuta dai costi sibaritici. Il prof Marco Causi, docente di Economia politica all’Università Roma Tre, in Campidoglio ancora lo chiamano «l’uomo dei derivati».

Un buco da decine di milioni di euro, frutto di un rimpallo d’accuse, che alla fine è stato dipanato da Massimo Varazzani, commissario straordinario di quel debito di Roma Capitale che ha molte madri. Di fatto chiudere 7 dei 9 swap costò alle casse capitoline 150 milioni di euro. Esperienze bollate dalla Corte dei conti come «comportamenti che hanno compromesso la stabilità dei conti comunali».
Accuse che Causi, con il suo fare un po’ professorale, ha sempre rinviato al mittente con un ragionamento che suona così: non chiamatemi mister buco. Di fatto sotto la sua gestione, spiega chi condivise quella stagione politica con lui, «il bilancio si intossicò con i derivati, come accaduto a Milano e Siena». Quando Gianni Alemanno, anche lui sottoposto al giudizio della storia finanziaria romana, si insediò in Campidoglio alzò subito le mani: «Ho trovato 7 miliardi di euro di debiti».

Che diventerano 10 quando Alemanno scoprì che c’erano altri ricordini lasciati in eredità dalla gestione Causi derivanti «da bilanci sempre oscuri di Ama e Trambus, le aziende della nettezza urbana e trasporti; 1,8 miliardi di mancati accantonamenti per contenziosi giudiziari; e debiti con enti e istituzioni, tra i quali 170 milioni della Cassa depositi e prestiti legati alla ristrutturazione, mai avvenuta, dell’Atac».
Al netto delle sentenze universali, nella mitica disciplina del rimpallo del “buco Capitale” anche Causi gioca, a detta di destra e sinistra, un ruolo da protagonista. Tra accuse respinte e scelte controverse, legate all’accensione a go-go di mutui «per opere rimaste bloccate».
Nel frattempo, però, le imposte per i romani sono salite alle stelle per cercare di svuotare con un secchiello il mare di debiti di un Comune, tenuto in vita a colpi di Salva Roma.
Adesso nel Pd, c’è chi pensa al gran ritorno di mister derivati. E chi si limita, a un semplice «già dato, grazie».