Storia di Rossana: 43 anni con un cognome “falso” per colpa di un Tribunale

Pubblicato il 1 Ottobre 2010 16:47 | Ultimo aggiornamento: 1 Ottobre 2010 16:52

Si chiama Rossana Fanny. Anzi no, come si chiama non si sa: il suo cognome non è “valido”. Oggi ha 46 anni e porta “illegalmente” il cognome del padre, padre “anagrafico” e non biologico. Padre anagrafico che però quando Fanny aveva tre anni, cioè 43 anni fa, l’aveva legalmente disconosciuta. Quindi da 43 anni Fanny se ne va a spasso per il mondo e per la vita con un cognome che non le spetta, che è stato ritirato, che “non vale”. Quel cognome è scritto sui documenti, sulla carta d’identità, sulla patente, sul diploma in ragioneria, su tutto ciò che attesta appunto la sua identità e la rende riconoscibile come cittadina, lavoratrice, insomma persona. Da 43 anni vive dunque con una identità fasulla, letteralmente Rossana Fanny non è Rossana Fanny. Ma non è colpa sua, Rossana non ha usurpato nulla, non è una “ladra” di cognomi, è una donna triturata dalla macchina idiota e pigra della Pubblica Amministrazione, della Giustizia malata di indolenza feroce.

Infatti è dal 1967 che il Tribunale di Trani si è “dimenticato” di comunicare a Rossana la sentenza con cui aveva accettato il disconoscimento di paternità. Per quel Tribunale il cognome di Rossana e Rossana stessa erano una “pratica”, una scartoffia, un pezzo di carta: un timbro, un archivio e sostanzialmente chi se ne frega di Rossana in carne e ossa. Ora Rossana chiede al ministro delle Giustizia Alfano di fare qualcosa, di consentirle di rientrare nella legalità angrafica almeno senza danno patrimoniale. Chiede di essere aiutata e risarcita almeno delle spese. E di aiuto avrà bisogno perché le cento burocrazie avranno mille richieste e obiezioni quando dovranno riconoscerle una nuova identità. E risarcimento le spetta perché tutto questo costerà, in denaro che deve essere risarcito e in danno morale difficilmente calcolabile.

Chiamarla “Malagiustizia” è insieme troppo e troppo poco. Rossana non è vittima di una sentenza sbagliata, di un processo imperfetto, di un giudizio viziato. Rossana è vittima di uno Stato ottuso e cattivo, organizzativamente e culturalmente cattivo con i suoi cittadini. La sua è una piccola storia che però indica quale sarebbe la “grande riforma” da fare nella giustizia e dintorni. La “grande riforma” che obblighi la Pubblica Amministrazione a trattare la gente come persone vive e non come anime morte.