Rovereto, studente lascia scuola: “Papà licenziato, devo lavorare”

Emiliano Condò
Pubblicato il 26 Novembre 2009 12:11 | Ultimo aggiornamento: 26 Novembre 2009 12:11

Il padre perde il lavoro da operaio e suo figlio, 17 anni, va dalla preside annunciandogli la decisione irrevocabile di lasciare la scuola «per dare una mano alla famiglia». Accade anche questo nell’Italia della crisi e succede nel profondo nord, a Rovereto, in provincia di Trento.

Il giovane, semplicemente, si è detto che lui, qualche speranza di trovare un lavoretto, anche in nero ce l’aveva. Il padre, troppo avanti con gli anni invece no. Quindi, decisione irrevocabile nonostante la media del sette e un diploma da geometra molto vicino. La situazione in famiglia era troppo critica, non si arriva alla fine del mese con il solo stipendio della mamma e di conseguenza si taglia quello che non porta soldi a casa, anzi li toglie, cioè la scuola.

Una storia, quella del ragazzo, che sarebbe passata sotto silenzio se la preside dell’istituto tecnico Fontana, Flavia Andreatta non avesse deciso di parlarne. E il caso del giovane che gli insegnanti definiscono «molto responsabile, forse troppo per la sua età» è subito diventato un simbolo di una crisi sommersa che colpisce inesorabilmente in tutto il paese.

Un’inquietante rivoluzione copernicana: nella storia del nostro Paese sono sempre stati gli adulti a stringere la cinghia per far studiare i figli con anni e anni di sacrifici. Dietro la scelta c’era la convinzione dello studio come strumento di riscatto, di ascesa nella scala sociale. Oggi, invece, accade l’esatto contrario. La crisi morde e si pensa all’immediato, senza potersi permettere il lusso di una strategia di lungo periodo. E sono in tanti a pensare che studiare, in fondo, non garantisce nulla in più. Meglio lavorare subito, quindi.

Ma se l’esempio del ragazzo di Rovereto dovesse essere seguito da altri sarebbe un problema: un paese che guarda all’immediato e non investe in formazione si consegna, inevitabilmente, a un futuro fatto di lavoratori non qualificati e quindi di sviluppo economico in tono minore.