San Vittore, botte a detenuto tunisino in carcere: undici agenti a processo

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 Novembre 2019 20:04 | Ultimo aggiornamento: 13 Novembre 2019 20:04
Carcere San Vittore, botte a detenuto tunisino: undici agenti a processo

Un carcere (foto ANSA)

MILANO – Botte e minacce a un detenuto tunisino di 50 anni, in cella per tentato omicidio. Con questa accusa sono stati oggi, 13 novembre, rinviati a giudizio a Milano 11 persone, tra ispettori e agenti di polizia penitenziaria del carcere milanese di San Vittore, indagati per intimidazioni e pestaggi, che sarebbero avvenuti tra il 2016 e il 2017 per ‘punire’ l’uomo che nel 2011, quando era in cella a Velletri (Roma), aveva denunciato altri agenti per furti in mensa e percosse.

Pestaggi che avrebbero avuto anche lo scopo di impedirgli di testimoniare in aula nel processo ‘bis’ in corso davanti al tribunale della cittadina laziale sulla vicenda delle ruberie. A mandare gli agenti a processo (inizierà il prossimo 12 febbraio davanti alla quinta sezione penale) è stato questo pomeriggio il gup Alessandra Cecchelli, che ha accolto la richiesta del pm Leonardo Lesti. Le accuse sono, a vario titolo, intralcio alla giustizia, lesioni, falso e sequestro di persona. Reato quest’ultimo contestato solo ad alcuni in quanto in uno dei due pestaggi datati 27 marzo e 12 aprile 2017, ricostruisce il capo di imputazione, il 50enne, privato “della libertà” sarebbe stato ammanettato e trasferito in una stanza in uso a uno degli agenti sotto inchiesta per poi essere picchiato.

A sporgere denuncia era stato proprio il tunisino, Ismail Ltaief, che aveva inviato alcune lettere relative al trattamento che, a suo dire, gli era stato riservato in carcere al gip Laura Marchiondelli che, allora, stava trattando il procedimento in cui rispondeva del tentato omicidio di un egiziano. Lettere girate alla Procura con la conseguente apertura di una inchiesta. Agli atti dell’indagine sulle vessazioni denunciate dall’uomo, le deposizioni di due testimoni oculari, i racconti di una volontaria di San Vittore e una consulenza medico legale che attribuisce i segni di violenza che l’uomo aveva sul corpo a oggetti (per esempio tirapugni) non compatibili con quelli che si trovano in genere in cella.

Oltre a Ltaief, parte offesa nel procedimento è anche un suo compagno di cella, un sudamericano di 30 anni, il quale chiamato a rendere testimonianza ai magistrati milanesi sarebbe stato intimidito da uno degli imputati che per questo venne anche arrestato. Gli indagati, oggi presenti in aula nell’udienza porte chiuse al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano, non prestano più servizio a San Vittore ma in altri istituti.