Sarah Scazzi, c’è un cane randagio che la accompagnava sempre. Ora la “aspetta” davanti alla casa

di Davide Maggiore*
Pubblicato il 20 Ottobre 2010 11:17 | Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre 2010 11:17

Aspettava fuori dal garage, sempre. E così anche quel giorno, quel 26 agosto in cui, dentro quel garage, Sarah è stata uccisa. È un cane randagio, un meticcio di pastore tedesco senza padrone. Ma per le cronache di questa dolorosa vicenda potrebbe diventare, unico dettaglio umano, il cane di Sarah. Accompagnava la quindicenne di Avetrana per le strade nel paese, ed anche nelle passeggiate, sempre più frequenti, verso casa Misseri fino all’ultimo giorno. E ora sta ancora lì, di fronte a quella villetta assediata da investigatori, curiosi e cronisti, sempre in attesa, con la fedeltà tipica degli animali, di guardia alla follia degli uomini.

Follia che non sembra aver contagiato e donne di casa Misseri negli ultimi giorni avevano cominciato, a quanto pare, a comunicare con bigliettini. “Pizzini” usati per evitare le intercettazioni ambientali. Un’indiscrezione di stampa che, se confermata, renderebbe ancora più enigmatico il quadro all’interno della villetta in cui Sarah ha perso la vita.

Ma non è solo per questo che i contorni dell’assurdo dramma in terra di Puglia sembrano confondersi una volta di più. L’ultima ipotesi ribalta di nuovo ogni scenario. La ricostruzione, la settima, parte dalle abitudini di Michele Misseri, lo zio, finora unico reo confesso. Un uomo che ogni giorno andava a lavorare nei campi fin da prima dell’alba, e, secondo quanto ha dichiarato, si alzava quand’era ancora buio per lavare i piatti usati dalle donne di casa. E nelle ore del dopopranzo recuperava il sonno perduto. Sarebbe andata così anche in quel pomeriggio, mentre a commettere l’omicidio sarebbe stata l’altra grande accusata, Sabrina, la figlia di “Michè”. Da sola. Il padre sarebbe intervenuto soltanto in un secondo momento, per far sparire il cadavere gettandolo nel pozzo dove lui stesso l’ha fatto ritrovare. E sarebbe stata la moglie Cosima ad avvisarlo che c’era bisogno di lui per aiutare, come aveva sempre fatto, la figlia.

L’agricoltore di Avetrana sembra insomma abbandonare a poco a poco le sembianze del mostro. E anche le informazioni che filtrano attraverso i suoi difensori vanno nella stessa direzione. Michele era l’anello debole ella famiglia, che secondo l sue sesse parole veniva utilizzato ai familiari e “non contava nulla”. Fino al punto da passare la notte su una sedia a sdraio, prima di alzarsi per lavare i piatti. Che lui non usava, perché, dice, “io mangiavo con le mani”. “Accettava qualunque cosa”, insiste il suo legale, l’avvocato Galoppa. Tutto per quelle donne, le sue donne. Cosima, Sabrina, ma anche l’altra figlia Valentina, poi trasferitasi a Roma con il marito. Nonostante la distanza, la legame tra le tre era molo forte, tanto da emarginare l’uomo, carattere debole tra personalità forti.

Che a volte, però, possono cedere, come Sabrina. Sorvegliata 24 ore su 24 nel carcere di Taranto, la ragazza ogni tanto riemerge dai vecchi numeri di riviste femminili che legge in continuazione, e si affaccia alle sbarre della cella. Urlando, letteralmente, la sua innocenza. Così dicono all’interno della prigione, tra l’incredulità degli amici della giovane. Che la ricordavano diversa. Ma ormai nei giorni tristi di Avetrana, tutti hanno imparato a non trarre più conclusioni dalle apparenze. Domani potrebbe ancora cambiare tutto, per l’ottava volta.

*Scuola di giornalismo Luiss