L’Italia di Sarah e quella di Yara, la televisione è solo uno specchio: confronto un po’ razzista di Goffredo Buccini per il Corriere

Pubblicato il 1 Dicembre 2010 20:42 | Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre 2010 20:42

Goffredo Buccini per il Corriere della Sera, mette a confronto il caso Sarah Scazzi con quello di Yara Gambirasio. Un confronto non riferito alle analogia della scomparsa o delle ricerche, bensì allo spazio televisivo  col delitto di Avetrana che ha invaso molti programmi tv. Con un pizzico piccante di razzismo, che mette a confronto “due pezzi di Paese e due modi di essere, sotto i nostri occhi, da osservare con rispetto per la sofferenza”. Buccini si affretta a precisare che quel che lui scrive non implica “alcun giudizio di valore, s’intende”, ma è davvero dura credergli.

Per Buccini è “improbabile che la cameretta [di Yara] venga trasformata in un set. E forse […] non vedremo neppure dirette dal tinello di casa sua, dignitosa casetta di lavoratori – mamma Maura maestra d’asilo e papà Fausto geometra – in un paesino della Bergamasca con un nome, Brembate di Sopra, di quelli che a volte fanno stereotipo nordista nell’altra Italia più chiassosa e smaliziata”. Possiamo anche essere d’accordo, specie dopo avere visto “Benvenuti al Sud”, che peraltro copia pari pari un analogo film francese, ha come protagonista un ben nordico Claudio Bisio e un inspiegabile contributo dell’assessorato all’agricoltura della regione Campania, che incesto etnico…

Però guardiamoci allo specchio e corriamo a confessarci, chi ci crede, perché quello è un peccato di puro razzismo aggravato dalla consanguineità.

Prosegue Buccini che “sì, è vero, il cellulare che s’ammutolisce dopo l’ultimo misterioso messaggio, il paese di poche anime dove tutti si conoscono, il percorso della sparizione dannatamente breve sono dettagli d’un enigma che sembrano riprodotti in carta copiativa: a chiunque torna in mente il giallo di Avetrana, la tragedia di un’altra ragazzina, la ragazzina che ha commosso gli italiani, Sarah Scazzi, il dolore di un’altra famiglia e la sarabanda mediatica attorno – e dentro – a quel dolore. Ma le similitudini si fermano davvero qui, come assonanze casuali, tra Yara e Sarah. Si fermano non soltanto per la ragione più ovvia e, tutti speriamo, ancora ben solida tra le ipotesi di finale: che Yara possa ricomparire stasera stessa e riabbracciare mamma e papà come a Sarah non è stato dato”.

Dopo queste lacrimucce di prammatica, l’a fondo: “Di qua silenzi e pudori, le parabole tenute alla larga da una macchina — ne basta una — della polizia locale, quel filo di voce di Fausto Gambirasio al citofono, «capiteci, lasciateci stare», una cultura di lavoro che dà forza e dignità. Di là una debolezza che viene da lontano, da campagne pugliesi riarse e aule scolastiche disertate, la realtà come reality, l’ipnosi di mamma Concetta davanti alle telecamere, il casting tra gli amici di Sabrina, ancora più osceno nell’ipotesi che Sabrina sia davvero la carnefice di Sarah”.

Poi l’ultimo chiodo nel cuore di quei miscredenti pugliesi, magari forse anche, visti i cognomi, discendenti da qualche insediamento di coloni spagnoli nei secoli scorsi: “Se la copertura televisiva a Brembate sarà più sobria, vorrà solo dire che la tv non danna e non salva, non è un mostro né un totem ma soltanto uno specchio: il nostro.